L’abito fa il monaco?

Quanto l’abbigliamento influenza sull’idea, almeno la prima, che ci facciamo di una persona?

Quante illazioni e proiezioni ci permette di fare un paio di scarpe indossate male o un pantalone perfettamente tagliato addosso?

Io sono sincera: a me tanto.

Soprattutto perché credo anche che sia vero il contrario: che sia impossibile non avere l’intenzione di comunicare qualcosa attraverso l’abbigliamento. Anche chi manifesta indifferenza riguardo l’estetica, la forma, l’esteriorità qualcosa la comunica.

Chiariamoci, anche perché ormai mi conoscete e non temo di essere fraintesa, ovviamente non intendo dire che l’abbigliamento dia il peso e il valore di una persona, ma certamente racconta. E non parlo di gusto personale, ma di scelte in relazione alle circostanze.

Nella mia vita precedente c’è stato il teatro. Notte e giorno, il mio unico pensiero, la mia passione, il mio lavoro, il mio studio.

E ho imparato che ciò che regge in piedi un personaggio è la postura. Tutto parte dal corpo. E la postura è una specie di “cristallizzazione mobile” (permettetemi di coniare questa espressione) dell’incontro tra esterno e interno. Tra ciò che la vita e il mondo hanno scritto su un corpo e ciò che dall’interno di quel corpo emerge in superficie, tra carattere, anima e storia di un individuo. Ma in teatro spesso, dopo uno studio iniziale, fisico e psicologico, arrivavano i costumi. E lì succedeva qualcosa: il personaggio prendeva vita. Acquisiva quella freschezza e unicità che rendeva “vero” il personaggio. Il peso di un mantello, il solletichio del tessuto di una gonna, il disequilibrio dato da un paio di scarpe, l’appoggio di un bastone, la pressione di un corpetto.

Traslando nella vita quotidiana, non posso fare a meno di immaginare la storia di una donna che zoppica tra i sanpietrini su un paio di tacchi, di una ragazza che trascina il bordo dei pantaloni sotto i talloni, di una che in metropolitana siede a ginocchia divaricate, o di una che chiusa nel suo cappotto abbottonato, allacciato in vita da una cintura, guarda fuori dal finestrino di un autobus.

E penso che il vestito possa aiutare a dare una svolta a una giornata, a imporre un ritmo lento a un momento frenetico, a darci una marcia in più in una circostanza in cui è necessaria una sferzata di grinta, in un continuo rapporto osmotico con il nostro corpo.

Per questo non mi dispiace che nelle ultime passerelle sia stata proposta una donna più elegante, una donna coi guanti, col cappello, che richiama un bon ton demodé ma oggi auspicabile. Forse un po’ di delicatezza e attenzione ai particolari, alla forma, all’eleganza, può innescare un processo inverso di delicatezza interiore e di maniere. Che di femminilità ostentata e svilita siamo tutti un po’ stufi.

Commenti

  1. Concordo con tutto: il vestito non “fa” il monaco nel senso che non è lo spessore della persona come dici tu, ma lo “racconta” ‘sto povero monaco.
    Se vedo una persona vestita con pezzi “di tendenza” ma che non la valorizzano o peggio ancora evidenziano i suoi difetti, capisco che non si sa guardare o che non riesce ad accettare sè stessa, non sa amarsi.
    Se vedo una donna bellissima, elegante (e si può essere eleganti anche in jeans…penso a PaolaMaria e alle sue scarpe rosse coi jeans), se guardo come cammina, com’è la sua borsa, cosa ha in mano…immagino la sua storia.
    Adoro guardare le persone per strada e immaginare chi sono e dove vanno e com’è la loro vita.

  2. Sono assolutamente d’accordo. Ed è anche per quello che mi dico che bisogna essere coerenti con il proprio stile, ma non troppo. Bisogna avere anche qualche capo per recitare una parte (nella mia tenera gioventù ho fatto un po’ di teatro anche io :-)) nei giorni che ti senti. Ne parlavamo con una mia amica che lavora in un ambiente formalissimo, e facevamo il paragone con la mancanza di formalità che normalmente c’è nei centri di ricerca o nell’ambiente informatico, che però non significa mancanza di cura. Non si conta il tempo che un nerd può mettere a scegliere una maglietta: quella con la trasformata di Fourier o quella con il simbolo di Lanterna verde? Sono scelte di vita, e ti dicono molto anche quelle. 🙂

    • si, secondo me e’ appunto una specie di questione di vasi comunicanti. il vestito ti da’ una spinta in una direzione, cosi come tu la dai al tuo abbigliamento.
      non si puo’ prescindere dalla comunicazione

  3. Mi trovi totalmente d’accordo con te!
    lavoro in un ambiente molto formale, dove la personalità è appiattita dai completi da uomo, dai tallier e dalle divise, eppure c’è qualcosa che pur sempre traspare, da un orecchino, una borsa, la scelta dell’ombretto..
    anch’io immagino spesso, soprattutto in metropolitana o in treno, le vite delle persone partendo da un dettaglio.. chissà cosa immaginano gli altri su di me!
    Baci

  4. Caia ti ho mandato un email ma non mi hai ancora risposto 🙁

  5. hai ragione, tanto che qualche tempo fa ho partecipato a un corso di comunicazione, e in primis ci è stato detto che la prima impressione è il ns biglietto da visita. Così ho imparato che sapersi valorizzarsi, è più importante della taglia che portiamo, ogni occasione richiede un tipo di abbigliamento e trucco. Anche i colori che indossiamo la dicono lunga. Sono rimasta entusiasta. Ma look trucco giusti non sono abbastanza, per completare il biglietto da visita serve il comportamento, come porsi fa la diffferenza.

  6. per me, più che l’abito, è come porti un abito. Nel senso. Io a volte mi vesto in modi assurdi, ma se sono abbastanza adeguata al contesto mi sento bene. Invece se metto cose che non sento mie, divento goffa. Tipo le camicie. Una capo “normalissimo”, però mi ci sento a disagio.
    Quando guardo gli altri, vale lo stesso discorso: prima del vestito noto la goffaggine o la sicurezza di chi lo indossa.

    • si, e’ tutto collegato 🙂
      un po’ come la storia degli zaini e le tracolle. non sono certo borse assurde, ma io mi ci sento a disagio, come se camminassi con le tette al vento, per dire 😀

  7. mia cara, che ti devo dire?
    lo sai che sottoscrivo ogni parola…
    l’abito FA il monaco eccome!!! soprattutto quando si è convinti del contrario…
    il modo in cui ci vestiamo è di fatto il modo in cui vogliamo che gli altri ci vedano e ci decodifchino: elegantoni modaioli, uomini/donne d’affari, gente che ce l’ha con il “sistema”….
    se ci pensi anche i frati e le suore, anche i militari, ossia le categorie più “omologate” di tutte nei loro vestiti mettono un po’ diq uel che sono: francescani o domencicani, clarisse o suore di madre teresa, marinai o aviatori…

    faccio un piccolo passo oltre e aggiungo che forse anche lo spessore di una persona si valuta dal suo sapersi vestire nelle diverse occasioni: non si va a lavorare in ufficio stracciati, non si va a un concerto rock con il tailleur….
    🙂

    • io sarei molto contenta se si riuscisse a ripristinare un po’ d’attenzione a dress code.
      ma purtroppo e’ difficile trovare dei limiti sui quali mettersi a sindacare, perche’ poi dove sta davvero il limite tra espressione della propria personalita’ che e’ giusto emerga dall’abbigliamento (anche) e regole di buon costume?
      sicuramente e’ facile captare le esagerazioni, ma come si fa a dire in o out nelle vie di mezzo?
      per esempio in un posto che frequento d’estate, con la piscina, nel bar e’ obbligatoria la maglietta.
      ma se io mi metto la maglietta e poi sto senza mutande son forse piu’ decente di una donna con bikini e pantaloncini?

      • beh, l’altro giorno passeggiando sul lungomare di capocotta sono passata attraverso la spiaggia dei nudisti…..
        c’era uno…con la magleitta e senza mutande..
        ma i nudisti/naturisti non dovrebbero essere tutti nudi? che senso ha levarsi solo le mutande?
        forse pensava fosse la spiaggia degli esibizionisti 8e nel suo caso c’era pure poco da esibire… 🙂 )

        io al mare al bar non vado in costume, ma metto i calzoncini, o una gonna, insomma, copro la parte di sotto….

        si, certi confini sono difficili da tracciare…

  8. Bellissimo post, hai proprio ragione

  9. ciao, da quando ti seguo stò “cercando” di vestirmi meglio, prima con la “scusa” che quando lavoro faccio soprattutto pulizie e che quando stò a casa stò dietro un pc, chi mi vede?ero più trasandata e vesto in modo più accurato anche i miei Child,prima ma tanto sono bambini e il tempo di metterglieli e già sono sporchi! oppure li lasciavo con la tuta della scuola anche il pomeriggio, adesso li cambio … mi sento sicuramente meglio, il mio portafoglio un pò meno 😉 comunque grazie per i tuoi consigli 🙂

  10. in effetti hai ragione…
    una che mi vede sempre in jeans e maglietta e capelli sempre o quasi raccolti…capisce subito molte cose di me…

    al lavoro…ad esempio…
    si per questioni logistiche son sempre in tuta…
    pero’… mentre le mie colleghe hanno magliettine carine da signorina io ho sempre portato t-shirt o maglie o con stampe dei personaggi per bambini o con immagini buffe
    io trasmetto una cosa e le mie colleghe un’altra….

    • la cosa importante e’ che tu sia consapevole e contenta di cio’ che trasmetti.
      se invece preferiresti mostrare qualcos’altro o sentirti diversamente… be’ io vedo le educatrici di momo che si cambiano sempre. cioe’ le vedo in abbigliamento comodissimo (tute, roba largona e t-shirt) e camicino tipo divisa sopra, e quando escono per tornare a casa con abbigliamento normale.
      in fondo e’ solo una questione di testa: ci vogliono tre minuti per cambiarsi all’arrivo e all’uscita. lasci li la roba che usi per stare dentro il nido ed e’ fatta.

Parla alla tua mente

*