I romanzi ‘rosa’ non esistono: Pink is a colour


Vorrei iniziare un percorso che probabilmente non si esaurirà mai.
No aspettate! Vi assicuro che non sarà noioso, anzi. 🙂

Partendo da una premessa: la letteratura, le storie e le scritture sono soggettive. Ci sono elementi, parametri e ‘indicatori’ che nei secoli (e con estrama calma, aggiungo io) hanno permesso di individuare autori più o meno meritevoli, testi che sono stati tramandati, storie che oggi consideriamo ‘classici’ alcuni dei quali son finiti nei libri di scuola e che si possono anche rintracciare in alcune conversazioni (usati, a volte come ‘etichette’ di un certo ‘livello’ di istruzione).

Premesso questo, un altro concetto che ritengo basilare per comprendere e avvicinarsi a ogni forma d’arte – storie e scritture comprese – è che non esistono le ‘serie’ come nel calcio – per fare un parallelismo molto comune in Italia: per farla breve secondo me non esistono le storie (dunque i libri o gli autori) di serie A, quelli luccicanti perché più bravi, capaci, e talentuosi ma nemmeno quelle di serie B e C in progressiva discesa creativa e artistica. Non in termini oggettivi, dunque validi per tutti.

Esistono le storie, i libri, le scritture, le visioni, le voci e gli stili.

Tutto il resto dipende dal ‘fruitore finale’ ovvero il lettore.

Quando un autore conclude una storia – di qualunque tipo, genere, stesura, forma e sostanza – è esattamente da quel momento che la storia non è più sua, bensì di chi deciderà di leggerla e anche in questi casi, ogni volta si tratterà di arrivare alla formazione personale – dunque appunto soggettiva – di una ‘propria’ versione della stessa storia.

Perché faccio tutte queste precisazioni?

Perché oggi vorrei iniziare una – lunga – serie di ragionamenti, confronti e spunti rispetto a quella che in Italia già dal Novecento è stata ‘etichettata’ come letteratura di un certo tipo mentre io sostengo che il rosa è un colore. Punto.

Mi riferisco – come avrete già intuito – ai c.d. romanzi rosa ovvero quel tipo di narrazioni incentrate esclusivamente sulla storia d’amore tra due protagonisti e che, spesso, deve avere specifiche caratteristiche che poi nei decenni sono state ampiamente decostruite, miscelate e adattate alle creatività, e le volontà dei singoli autori.

Originariamente la ‘letteratura rosa’ era estremamente facile da riconoscere: una lei e un lui, al massimo con qualche pretendente alternativo in una sotto trama, s’incontrano, si piacciono, si verificano una serie di fatti e accadimenti a complicare la situazione compresi colpi di scena o evoluzioni nelle personali vite di entrambi, fino ad arrivare al ‘lieto fine’ dove necessariamente i due si ricongiungono, chiariscono ogni eventuale malinteso, si scelgono definitivamente e – abbastanza spesso – lasciano intravvedere spiragli di vita futura.

Ma oggi? Ci arriveremo assieme. 🙂

Vi lascio uno spunto:
http://www.youtube.com/watch?v=UvqYOvsUbsQ

Si tratta di un’intervista fatta a Liala – nome d’arte di Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi (Carate Lario, 1897 – Varese,1995) risalente al 1962.

Di lei dirò più approfonditamente in futuro, come probabilmente in molti sanno, è tra le autrici italiane più associate alla c.d. ‘letteratura rosa’ specialmente dal Cinquanta in poi.

Non a caso, nell’intervista riproposta sopra è la stessa Liala a ‘giocare’ sulle dinamiche amorose e il rapporto con il suo ‘pubblico’ consapevole di essersi conquistata – in un periodo burrascoso per la cultura italiana – un posto preciso, legato a una narrativa più considerata ‘femminile’, dominata dai grandi sentimenti (ritenuti in quei decenni, così come in parte oggi, elementi di minor spessore in una narrazione).

Dimenticavo: fu D’Annunzio a chiamarla per la prima volta ‘Liala’ fondendo il suo secondo nome con ‘ala’ che, secondo D’Annunzio, la rappresentava.

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  1. […] negli spunti rispetto alla c.d.‘narrativa in rosa’ laddove invece io sono una sostenitrice del motto: il rosa è un colore, […]

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