Love story e I ponty di Madison County

Love story

Proseguo negli spunti rispetto alla c.d.‘narrativa in rosa’ laddove invece io sono una sostenitrice del motto: il rosa è un colore, punto.

Oggi vi propongo due storie che sotto diversi punti di vista sono ormai considerate classici della cultura letteraria e cinematografica americana ovvero ‘Love Story’ e ‘I ponti di Madison County‘.

“Che si può dire di una ragazza morta a venticinque anni?
Che era bella. E simpatica. Che amava Mozart e Bach. E i Beatles. E me.”

Inizia così il romanzo scritto da Erich Segal nel 1970 durante le riprese del film omonimo diretto da Arthur Hiller. Segal aveva già scritto il soggetto ed era lo sceneggiatore del film, dunque il passaggio dalle scene alla stesura narrativa non gli costò particolare sforzo se non la necessità di dare un diverso peso alle parole laddove, invece, la pellicola andava immortalando espressioni, luoghi e linguaggi del corpo.

‘Love story’ è indubbiamente la storia dell’amore tra due giovani che s’incontrano all’università e crescono assieme tra differenze nell’istruzione, nel ceto di appartenenza quanto in alcuni approcci al vivere. Jenny Cavalleri sa il fatto suo, è abituata ad affrontare le difficoltà specialmente in termini economici e di adattamento mentre Oliver Barrett IV è più abituato all’accondiscendenza e alle cose che arrivano con una certa semplicità. Poi però, cambia tutto. E in tanti modi diversi più cresce e si evolve la conoscenza tra i due.

E’ importante ricordare, oggi, che all’inizio degli anni Settanta talune tematiche erano ancora considerate se non proprio dei ‘tabù’, comunque aspetti del narrare di cui dire con minore intensità, in particolare ‘la malattia’ specie se mortale non era un argomento così trattato come invece siamo ormai abituati (ed assuefatti) nella contemporaneità e con particolare attenzione dagli anni Novanta in poi (con il grande boom delle narrazioni a resocontare soprattutto l’iter di talune malattie incurabili come Aids, cancro e leucemie ma anche forme più rare e meno note).

‘Love story’ rappresenta tutt’ora un particolare caso in cui la narrazione si è sviluppata con immagini e con parole in una sorta di dinamica a doppia elica – un po’ come per il dna – e dunque le due rappresentazioni hanno aspetti in comune e tipicità.

Ma è davverso e soprattutto ‘narrativa in rosa’? Nì, rispondo.
Perché a leggerlo (o guardarlo) con una certa attenzione ci si rintracciano molti altri leitmotiv che hanno a che fare col vivere di chiunque al pari dell’amore ovvero i complessi ed articolati rapporti con la famiglia d’origine, ma anche le differenti forme di comunicazione (Jenny e Oliver trovano un loro personale modo di dirsi le cose, che è diverso dalla comunicazione ad esempio tra Jenny e suo padre e ancora differente dal linguaggio più gestuale tra Oliver e il padre… e così via). La malattia, inoltre, che subentra nella trama verso la fine, ne diventa poi elemento dominante non solo perché ‘si ruba’ l’happy end che invece tutti si aspettavano – almeno negli anni Sessanta – ma anche per la prepotenza con cui cancella i sogni e il futuro dei due giovani protagonisti.

***

“Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia. E’ un tardo pomeriggio dell’autunno del 1989, io sono seduto alla mia scrivania, guardando il cursore che ammicca sul video del computer davanti a me, quando squilla il telefono.”

‘I ponty di Madison County’ di Robert James Waller, invece, venne pubblicato per la prima volta nel 1992 (in Italia un anno dopo per Frassinelli) e venne poi trasposto in film diretto ed interpretato da Clint Eastwood nel 1995. Waller fu l’autore del soggetto mentre la sceneggiatura e – appunto – la regia vennero curate da altri.

E di nuovo il ‘nocciolo’ della narrazione è una storia d’amore, si tratta dell’incontro e del legame che in appena tre giorni si va costituendo tra l’abitudinaria Francesca, casalinga quarantacinquenne madre di due figli che si è trasferita in America per sposarsi, pur avendo origini italiane; e Robert, fotografo naturalista di cinquat’anni abituato a girare per il mondo, senza regole né orari.

Indubbiamente fu l’uscita del film a decretare il successo internazionale di questa storia, non tanto perché la trama cinematografica sia differente (o migliorata) rispetto a quella impastata da Waller, quanto piuttosto perché la struttura narrativa non rende appieno giustizia a personaggi e tratteggi che – a modo loro – a mio avviso hanno più d’uno spessore.

La scrittura di Waller è – in effetti – molto frammentata, fondata sugli incastri tra narratori e resoconti epistolari di Francesca. Un approccio, però, che ne complica notevolmente le comprensioni rispetto a una trama che, invece, è discretamente semplice e lineare, fortemente fondata sui sottintesi, i gesti significati, gli sguardi e le atmosfere – tutti elementi che invece Eastwood ha saputo cogliere appieno potenziandone l’impatto durante la regia.

Francesca e Robert vivono una relazione a dir poco fulminante, nata senza prospettive sotto diversi punti di vista, e dominata dall’immutabilità delle ‘cose’ dove gli sviluppi e le scelte dei personaggi non lasciano alcuno spiraglio. Di nuovo, anche in questa storia, nessun ‘happy end’, non in senso stretto per lo meno sebbene né Francesca né Robert condurranno poi – conclusa la relazione – vite particolarmente difficili, semplicemente entrambi ‘rientrano’ nei rispettivi style life scelti e tenacemente coltivati in autonomia.

Dunque di nuovo di amore si tratta, non c’è alcun dubbio in proposito.
Eppure – ancora – mi chiedo se davvero è soprattutto, o addirittura solo, una narrazione ‘in rosa’? No. Nì.

Robert e Francesca non sono due personaggi ‘finalizzati’ alla storia d’amore, secondo me. Bensì sono il tratteggio di due differenti animi, scelte e visioni che hanno guardato alle cose e alla vita stessa con alcune affinità di fondo.

Una parte della critica, negli anni Novanti, ha sottolineato il peso della staticità, dell’incapacità di Francesca – dunque della ‘donna’ – di assumersi precise responsabilità nei confronti di un grande sentimento improvviso quanto l’assenza di coraggio nel guardare a un nuovo orizzonte con l’intenzione di credere che, anche a quaranta o a cinquant’anni, sia ancora possibile cambiare ciò che si è e si sta facendo.

Eppure secondo me ne ‘I ponti di Madison County’ c’è anche altro. Che ha a che fare con la necessità, di alcuni, di stare nella tana scelta, tra le cose e le persone abitualmente in movimento nel proprio metro d’aria. E c’è la consapevolezza che non sempre un sentimento – vissuto dall’interno – è così semplice come può apparire a chi invece da ‘fuori’ lo guarda e giudica.

Ci sono anche, a margine ma non troppo, alcune riflessioni sulle diversità, le comunicazioni e le scelte, in un’America selvaggia e piena di tante opportunità, ma ancora fortemente rurale, dove i tempi sono lunghi e dilatati almeno quanto la densità della popolazione.

Commenti

  1. Epperò! Mica facile togliere il rosa a due “classici strappalacrime” d’amore per arricchirli di altri mille colori!! Mi piace molto questa lettura arcobaleno!!Giada

  2. I ponti di Madison County, uno dei miei film culto!
    E proprio il finale ho apprezzato, perché anzichè la “banalità” (passatemelo) del mollare tutto per seguire qualcosa di nuovo, mi ha fatto impazzire che questo imprevisto, questa novità entrata comeuna bufera nella vita di Francesca, le ha permesso di riprendere la vita di prima, ma non come prima. Perché lei non era più la stessa, e la casa non era più la stessa, e le strade e i ponti non erano più gli stessi. E questa è la verità del grande amore, che non brucia o distrugge tutto quello che c’era prima, ma lo rende nuovo, e vero.
    Dentro il dolore del distacco.
    Ma che bello è!?!?!

  3. In effetti a me piacciono molto i mix di colori Giada!
    Specialmente per le ‘cose’ che sono finite etichettate e standardizzate, che è anche un modo per banalizzarle un po’, a volte.

  4. Sul finale de ‘I ponti di Madison County’ in effetti si sono scatenate diverse teoria, Cristina, specialmente perché, dopo l’uscita del film, si è voluto dare una ‘lettura antropologica’ della storia dunque di un ‘certo tipo di donna’.
    Secondo me proprio per la caratterizzazione del personaggio di Francesca, per tutto quello che di lei si spiega, per la sua routine e la famiglia a cui si è dedicata; per tutto questo il finale è sensato e coerente. Esattamente com’è coerente Robert che non tradisce la propria natura continuando a viaggiare, fotografare e conoscere posti, persone e cose senza dimenticarsi di quello che ha provato a Madison County.

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