Viaggio alla scoperta di Viterbo

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Camminavo a larghi passi sulla banchina. Il biglietto era pronto, nascosto come un fiore prezioso che non avrei mai voluto perdere tra le pagine del libro che mi avrebbe fatto compagnia durante le lunghe ore che mi stavano per separare dalle mie radici. Avevo con me il libro della mia adolescenza, quel On the road di Kerouac che tanto avevo amato e che, ancora non lo sapevo, avrei presto dimenticato sul sedile di un treno che solo il nome lasciava presagire la bellezza cui sarei andata incontro. Il Miramare che mi portava a Trieste.

Mi sono sempre chiesta chi lo avesse trovato. Chi avesse trovato quel pezzetto di me. Se quelli delle pulizie ne avessero avuto cura o l’avessero distrattamente gettato nel bustone della spazzatura insieme alle cartacce e ai brick dei succhi di frutta che riempivano i vagoni ristorante.

Non me ne sono mai più ricomprata una nuova copia. Mi piace pensare che la mia sia ancora in viaggio. Come lo sono io, da sempre.

Cos’è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? E’ il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l’Addio. Ma intanto, ci si proietta in avanti verso una nuova, folle avventura sotto il cielo.

L’Addio. Alle mie radici. Ai miei luoghi, che forse ho amato troppo poco e troppo poco mi hanno regalato ciò di cui cercavo. Troppo giovane per capirne la sostanza, troppo curiosa per fermarmi lì.
Mi riscopro oggi a sentirne una malcelata nostalgia. Quando avrete del tempo per organizzare un fine settimana fuori porta non lasciatevi scappare l’occasione di visitarli.

Armatevi di scarpe comode, che i sanpietrini sui quali cammineremo adorano rubarsi i tacchi. Adocchiate il primo panettiere a vista e compratevi un buon pezzo di pizza bianca, per gustarvelo mentre camminate per le sue vie. Non vi consiglierò nessun itinerario preciso, per quello basta una buona e classica guida.

Viaggio alla scoperta di Viterbo

Viterbo è una rosa. La sua cinta muraria medievale praticamente intatta, i vicoletti del suo Quartiere più suggestivo, San Pellegrino, da mozzare il fiato. Come le sue belle case, in pietra, che qui ci viveva la Viterbo bene del 1200. Talmente bene che ad un certo punto, più o meno verso il 1257, per conto del Capitano del Popolo Raniero Gatti (che già detto così mette un certo timore), cominciarono i lavori per la costruzione del Palazzo Papale.

Una faccenda politica, che i viterbesi ci tenevano, tanto è che ci riuscirono con Papa Clemente V, ad avere la sede del Papato per toglierla alla vicina amata e temuta Roma. Curioso è che il primo conclave si tenne proprio in questo meraviglioso Palazzo. Un conclave infinito, che sembrava non mettere d’accordo nessuno dei cardinali. A risolvere la questione, dopo ben due anni(noi che ci lamentiamo della burocrazia italiana), ci pensarono proprio i viterbesi che, senza tanti complimenti, decisero di chiuderli dentro il palazzo appunto “cum clave” e di non aprire quella porta fino a termine elezione. I cardinali erano tosti come i viterbesi ma questi ultimi ancora più tosti tanto da decidere per lo scoperchiamento(reale!) del tetto del Palazzo. Rinfrescati dalla pioggia e probabilmente anche impauriti da cotanta determinazione, i cardinali giunsero finalmente ad una decisione. E fu così che nacque Papa Gregorio X. E che i viterbesi si fecero una certa fama.

Eletto il Papa ora ci starebbe bene un caffè per festeggiare, i bar a San Pellegrino non mancano, così come le botteghe di ceramiche artistiche. Se ne avete la possibilità fermatevi a visitarle, potrete avere la fortuna di vedere qualche artigiano all’opera. Poco distante c’è Pianoscarano, uno dei borghi più antichi della città, dove contadini e artigiani andavano ad abitare e lo elessero per questo a quartiere popolare. In questo luogo magico c’è una piazzetta con al centro una fontana, ribattezzata Fontana del Cagnolino. Tanto per non smentire l’anima sanguigna dei viterbesi vi racconterò perché la chiamano così. Il cagnolino nella fattispecie era di un certo cardinale francese ( no, non uno del conclave, un altro) che viaggiava al seguito di Papa Urbano V. Probabilmente era stanco e pulcioso dato il lungo viaggio che li vedeva partire dall’allora sede papale di Avignone, che il cardinale decise di farlo lavare nella fontana.
Un’idea che non raccolse molta approvazione da parte degli abitanti di Pianoscarano. Non esisteva l’acqua corrente nelle case, quella fontana era la loro unica fonte. Fu così che una donna (non avevamo dubbi fosse una donna, vero?) cominciò a protestare e qualche servo francese le rispose senza tanti complimenti. Apriti cielo, successe di tutto. Botte da orbi fino all’uccisione della donna. I viterbesi non si tirarono indietro, ma nemmeno Urbano V che aveva dalla sua eserciti sparsi in giro che accorsero in aiuto e insomma Viterbo questa volta ne uscì abbastanza malconcia. Il minimo che capitò fu la distruzione dell’allora fontana, ricostruita in un secondo momento su copia della prima.

Una fontana che, durante la classica Festa dell’Uva, che si svolge verso fine settembre, vede sgorgare dalle sue cannelle vino! Fossi in voi lì in quel periodo non mi farei mancare l’occasione di approfittarne! Sempre durante questa bella festa, che sembra di essere in un paese nella città, con cantine aperte dove gustare l’acquacotta e altri piatti tipici della cucina viterbese, si svolge il Palio delle Botti. Che ora non vi racconto perché hanno inventato ‘sto palio sennò poi pensate che i viterbesi stanno sempre a cercare un motivo per litigare. E non vi racconterò nemmeno di quando, da praticamente bambina, innamoratissima del ganzo del quartiere, prendevo di sottobanco, dalla cantina dove mia mamma lavorava durante la festa, le lattine di aranciata da portare agratise a chi credevo avrebbe condiviso con me l’eternità. Vabbè. Voi se ci andate, pagatele,eh, che mi sa che il ganzo s’è pure bello che sposato.

Se non vi è finita la curiosità per Pianoscarano e avete deciso di rinunciare alla cannella del vino, fate due passi in Via dei Vecchi, ci troverete un bellissimo lavatoio.
Stesi i panni, si è fatta ora di pranzo. Siamo in zona, dobbiamo solo rifare qualche passo verso il quartiere medievale di San Pellegrino, per la precisione in Via San Pellegrino 108 e potremo riposarci in un delizioso ed accogliente ristorantino “Il Gargolo”. Gestione giovane e sorridente, che poi una delle socie è una mia amica dei tempi in cui si era giovani veramente. Cucina tipica, casereccia ma anche creativa, di terra e di mare, a seconda dei gusti. Ci potete gustare la migliore frittura di calamari e gamberi che abbiate mai assaggiato e non dimenticate i lombrichi cacio e pepe, che sono fenomenali! Il tutto accompagnato da una buona carta dei vini per un prezzo finale decisamente competitivo.

Dopo pranzo se avete figli li dovete portare a scorrazzare a Prato Giardino, poco fuori le mura, uscendo da Porta Fiorentina. Pratogiardino a Viterbo è un’istituzione. Tutti i bambini viterbesi sono andati lì per la prima volta sul calesse con il pony, hanno dato da mangiare alle oche del laghetto, si sono sbucciati centomila volte le ginocchia correndo sulla pista da pattinaggio, hanno ammirato le stupefacenti evoluzioni dei pavoni nella gabbia vicino al bar. Ci sono tornata un mese fa e del pavone non c’erano notizie, in compenso la pista da pattinaggi, ai miei occhi anzianotti, è apparsa incredibilmente minuscola, ma i bambini non ci faranno caso e si divertiranno a sbucciarsi le suddette ginocchia. Voi un po’ meno, forse.

Vi potete sempre rifare dopo che si saranno sapientemente stancati e li avrete ancora più sapientemente addormentati così da dedicarvi serenamente(più o meno, su) allo shopping più sfrenato e trashic per Via del Corso, la via dello struscio per antonomasia. Ci ho lasciato più di una suola delle scarpe camminando su e giù e giù e su, non comprando assolutamente niente, che le finanze a 15 anni erano quelle che erano.

Vorrei portarvi con le mie vecchie suole ancora in giro per questa bella città ma penso che sia arrivato il momento per consigliarvi le tre cose che non potete assolutamente perdere.

La prima è la quintessenza dello spirito di comunione che unisce tutti noi viterbesi, credenti e non. Ed ha a che vedere con la Patrona, la rosa, quella Rosa a cui abbiamo dedicato una cosuccia piccolina (in perfetto stile viterbese): il Trasporto della Macchina di Santa Rosa (e di chi altri, sennò?). Una torre alta circa 30 metri, illuminata con fiaccole e fili di luce, trasportata a spalla(sì a spalla!)per un percorso lungo poco più di 1 km, da 100 facchini, ovvero cento uomini scelti per la loro forza fisica e d’animo, che ogni anno durante la sera del 3 Settembre, con partenza dall’interno di Porta Romana, a ridosso della Chiesa di San Sisto, sostengono su di loro il peso di questo evento unico al mondo. Uno spettacolo imperdibile, un “Sollevate e Fermi” ordinato dal loro capofacchino, che fa accapponare la pelle. E che fa sentire noi viterbesi più uniti ed orgogliosi che mai. Un regalo inestimabile per chi ha la fortuna e la voglia di assistervi.

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La seconda è legata ad un evento culturale, che sta riscuotendo un eco e un successo inestimabile anche al di fuori della città. Che in soli cinque anni ha saputo ritagliarsi un notevole spazio nella vita culturale italiana, fregiandosi a merito di essere “cultura in libertà, senza vincoli ideologici, luogo di fusione tra esperienze letterarie, giornalistiche, televisive, cinematografiche e musicali…” Il suo nome è Caffeina Cultura, http://www.caffeinacultura.it/. La sua maternità, o sarebbe meglio dire paternità, da ritrovare in Filippo Rossi e Andrea Baffo. Un Andrea Baffo che già all’epoca adolescenziale dei pomeriggi in gruppo seduti sulle panchine del Paradiso si capiva avere un certo talento da mettere a frutto.

Quest’anno si svolgerà dal 29 Giugno al 14 luglio. Poco più di due settimane, sceglietene una a caso, ne avrete di che entusiasmarvi assistendo ad incontri con scrittori e giornalisti, rilassarvi sulle note di un concerto musicale, incuriosirvi scoprendo nuovi reading teatrali. Se questo non vi bastasse a convincervi della sua unicità, sappiate che non è un caso se è stata scelta come tappa ufficiale per due serate dedicate al Premio Strega. La prima il 3 luglio, quando potrete avere la fortuna di assistere alla presenza dei cinque finalisti. La seconda il 6 luglio, quando il vincitore tornerà ad omaggiare con la sua prima presenza pubblica dopo la proclamazione del 5 luglio che si terrà a Roma al Ninfeo. Se ancora non siete convinti di visitare Viterbo a ridosso di questo evento, sappiate che potrete anche bearvi ascoltando Ammaniti, Vattimo, Bergonzoni, Gramellini, Culicchia, Benni, Capossela…e ancora molti altri, che mi dispiace solo non poterli nominare uno ad uno e non essere io lì al posto di qualcuno di voi.

La terza, e dopo una serata passata così, non poteva che essere un bagno nelle tante pozze di acqua sulfurea che potrete trovare poco fuori nella campagna viterbese. Sorgenti termali libere, nelle quali rilassarsi e divertirsi a farsi i fanghi(e a gettarveli addosso, pratica amena e goliardica da provare almeno una volta nella vita) parlando del più e del meno di quello che è successo in città, della sagra della porchetta o del sindaco appena eletto. O magari anche solo per dare un occhio a cosa e quante cose ancora potrete visitare nel viterbese, se solo avrete il tempo e la curiosità di scoprire. Il Bagnaccio, il Bulicame, le pozze di San Sisto(vicino Vetralla, le uniche dove potrete andare anche di sera perché illuminate). Ce ne è per tutti, attrezzate o più spartane, avrete solo bisogno di un costume e di un asciugamano, d’estate e d’inverno, quando ne avrete voglia, che l’acqua è caldissima e gratis. Che di questi tempi non è cosa da poco poter godere di qualche attimo di libertà senza l’assillo dell’ombrellone in prima fila.

Ho dimenticato molto e molto altro ancora sarebbe da visitare. La provincia di Viterbo, Civita di Bagnoregio in primis, ma anche i laghi vulcanici di Bolsena e di Vico, il parco dei Mostri a Bomarzo, i paesi sui Monti Cimini. Vi verrà voglia di ritornarci.

A me un po’ a scriverne ne è venuta.

[Viaggiando, rubrica semiseria di una giramondo per vocazione.]
A cura di Patrizia Miniscalco.

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