In treatment

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La trama di ‘In treatment‘, serie TV americana, si riassume con grande facilità: un terapista s’incontra periodicamente con i suoi pazienti. Non c’è mai un inizio e una fine in senso stretto, ci sono racconti continui di vite, pensieri e realtà filtrate. Da pochi giorni è stata portata anche in Italia con la versione italiana di Sergio Castellitto.

Nella fiction televisiva ogni giorno è previsto un paziente differente in modo da creare una perfetta pianificazione tra le storie – che nel corso delle sedute prendono corpo – e la routine del protagonista, ovvero il dottor Paul Weston interpretato da Gabriel Byrne. Il venerdì poi, è lo stesso terapista a rivolgersi alla sua vecchia amica e mentore Gina in una sorta di supervisione che diventa terapia personale rispetto alla vita private e le emozioni dello stesso Paul.

In Treatment stata definita la prima serie ‘senza azione in assoluto’ ovvero dove non ‘accade’ praticamente nulla, salvo rari casi. L’ambientazione è sempre la stessa, lo studio di Weston che è ricavato nella parte posteriore dell’abitazione di famiglia (almeno è così che inizia nella prima serie).

L’aspetto a mio avviso sorprendente è come, puntata dopo puntata, le singole vite dei pazienti – nonché quella del terapista – s’intrecciano, diventano ‘visibili’ attraverso i racconti, i volti e le parole pur non mostrando – di fatto – quasi nulla di queste storie sul piano delle azioni e dei luoghi.

E’ una trama incentrata sulla psicologia dei personaggi, quanto sui movimenti dei corpi, le intonazioni delle voci, le confessioni e le dinamiche spesso incerte tra terapista e paziente.

Composto da tre serie (di cui l’ultima trasmessa da Agosto 2012 su Sky) ‘In Treatment’ è stato liberamente ispirato dalla serie israeliana ‘BeTipul’ curata originariamente dal regista Hagai Levi, che è diventato produttore esecutivo di ‘In treatment’ assieme all’attore Mark Wahlberg, per la regia di Rodrigo Garcia (il figlio del primo nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez).

In Italia la serie debuttò nel settembre 2008 su Cult, trasmesso all’epoca tra i pacchetti a pagamento di Sky. La HBO ha annunciato la cancellazione nel marzo 2011 appunto dopo tre stagioni.

Interessante notare come ogni stagione sia autonoma nel senso che l’ossatura del meccanismo rimane invariata ma cambiano i personaggi che si alternano nei giorni della settimana e anche la vita di Paul Weston si evolve e cambia, dalla prima serie in cui è evidente la crisi con la moglie fino alla separazione nella seconda serie.

Nulla in ‘In Treatment’ è immutabile, a parte l’apparente staticità della narrazione interamente fondata su dinamiche psicologiche, introspettive e analitiche tra diversi piani di interpretazione.

L’approccio mi colpì sin dalle prime puntate perché i collegamenti tra i personaggi sono spesso sottili e fondi, e soprattutto perché nessuno sfugge a fragilità, cadute, perdite, dolori e fatiche. Nessuno, nemmeno Paul e Gina che – in linea teorica – padroneggiano la materia psicologica e le dinamiche della mente.

La regia di Garcia a mio avviso acutizza e sottolinea i silenzi significativi, le inquadrature di dettagli rendendo ancora più potenti i dialoghi ricchi di sottintesi, ‘non detti’ quanto di tutto ciò che può ‘raccontare’ di una vita, un individuo e una realtà senza usare le parole.

Ricordo tra gli interpreti, a parte il già citato Gabriel Byrne, anche Dianne Wiest (Gina), Blair Underwood (Alex, prima stagione), e Mia Wasikowska che interpretando la ginnasta suicida Sophie ha ottenuto anche riconoscimenti internazionali.

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