E.R.: alle origini delle serialità medico-emotive

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In Italia E.R. iniziò a essere trasmesso nel 1996 su Rai2 (ma in America la serie era nota già da due anni), io lo ricordo bene perché rimasi colpita sin dai primi episodi e la serata settimanale in cui veniva messa in onda era per ma una sorta di appuntamento inviolabile. C’era, in effetti, grande curiosità specialmente per talune generazioni abituate alle serialità americane anni Ottanta e Novanta che però coglievano l’originalità e la forza di questa nuova narrazione.

La serie, creata dallo scrittore Michael Crichton (e ispirata dai suoi racconti ‘Five Patients’, Casi di emergenza) è – come penso pochi non sappiano – ambientata nel pronto soccorso di un policlinico universitario di Chicago.

Conclusasi nel 2009 dopo 15 stagioni, è stata co-prodotta da Steven Spielberg.

Indubbiamente è impossibile ragionare sulla serie nel complesso in quanto si sono verificati molti ‘cambi al vertice’ specialmente con la conclusione dei filoni narrativi di alcuni personaggi ormai storici come il dottor Doug Ross che lasciò il suo incarico seguito poi dall’amata e mai dimenticata infermiera Carol Hathaway (interpretati da George Clooney e Julianna Margulies) ma anche la morte del dottor Mark Greene (Anthony Edwards) che per intere stagioni ha retto le sorti del Pronto Soccorso ma anche il lungo percorso – anche formativo – di John Carter (Noah Wyle), le metamorfosi del perfetto Peter Benton (Eriq La Salle) e così via per tutti i personaggi centrali che si sono susseguiti nel corso delle diverse stagioni (come dimenticare la rossa dittatrice Weaver – Laura Innes? Ma anche l’amabile e ambiziosa Elisabeth Corday – Alex Kingston, oppure l’infermiera Lockhart – Maura Tierney… ).

Insomma, chi ha seguito le trame e i numerosi intrecci sa quante dinamiche siano state trattate nella serie, sia dal punto di vista affettivo-emotivo che rispetto ai casi clinici effettivamente trattati.

La serie colpì gli spettatori di fine anni Novanta per l’intraprentenza e il ‘piglio’ con cui si mescolavano storie mediche a sviluppi emotivi in un ritmo mediamente tenuto intenso e volutamente rapido dove era necessario attendere diversi episodi per cogliere i tratti di un personaggio.

C’era, di fatto, una struttura base che tornava in ogni episodio e che è rimasta l’ossatura centrale dell’intera serie ovvero l’ingresso e l’uscita all’interno dello stesso episodio (salvo rari casi) di singole storie integrate con il plot principale che aveva come scenario base l’ospedale (ma principalmente il pronto soccorso). Le singole storie riguardavano sempre casi clinici – spesso rielaborati dagli sceneggiatori partendo da reali casi medici studiati e trasformati in narrativa- con personaggi che entravano e uscivano ‘sensandosi’ entro la loro storia individuale ma dando spunti e nuovi approfondimenti per i personaggi ‘fissi’ che restavano nel corso dell’intera stagione (spesso per più d’una stagione).

E.R. è riuscito per molti anni, una delle serialità più longeve nella storia delle produzioni americane, a tenere alta la tensione e le aspettative del pubblico incastrando e sviluppando tanti personaggi diversi a rappresentare diverse tipologie di individui assolutamente comuni, tra passioni e fragilità, ansie e obbiettivi, desideri e paure. Unendo tutto e tutti dal sottile filo della malattia nell’equilibrio delicato tra vita e morte.

Non che l’ambiente medico fosse sconosciuto ai telefilm, piuttosto è stato – a mio avviso – l’approccio e la gestione degli equilibri tra le storie a fare di E.R. un ‘prodotto creativo’ ben congegnato, con alti e bassi come tutte le produzioni lunghe, ma nel complesso strutturato con intelligenza, pazienza, intensità e fortemente incentrato sul vivere senza alcun preconcetto anzi, con particolare attenzione verso le realtà dure, le difficoltà concrete, le miserie dell’umano al di là del ceto sociale, la provenienza o il background.

Tutti possono ammalarsi, tutti devono affrontare macro tematiche come lavoro, economie, affetti, perdite, fino alla morte. Su questo E.R. ha fondato le basi per le proprie trame e sotto trame.

Da non sottovalutare, infine, l’atmosfera creata da Crichton in questa Chicago spesso ostile (molti episodi iniziano o finiscono con la neve, o la pioggia fitta) tra metropolitane e vie grigie, appartamenti incastrati nel cemento e stipati di oggetti (qualcuno ricorda dove viveva il dottor Greene anche quando la moglie si trasferì a Milwaukee con la loro bambina Rachel?) oppure case indipendente dai muri cadenti, i tetti inesistenti, strutture di decenni prima abbandonate poi abitate per necessità (come fa a un certo punto Carol Hathaway tra una relazione fallita e un matrimonio saltato sull’altare…).

Commenti

  1. Qunato l’ho amato.
    E Missile Romano? Quante lacrime ho versato per la morte di Green, quante.
    Ho smesso di guardarlo all’ultima puntata di non so quale serie, quando Abby è incinta e a causa di un non mi ricordo che tipo di assalto al pronto soccorso comincia a perdere sangue. Mi sa che ero incinta anche io in quel periodo.
    In generale comunque da quando sono mamma non riesco più a vedere fiction di questo tipo o con della violenza, mi viene un’ansia pazzesca. Nemmeno i film horror riesco più, e mi piacevano tanto 🙁
    sono passata a Scrubs.

    • Pure io l’ho amato tantissimo. I pianti che mi son fatta con quella puntata di Mark Green che muore in vacanza, per non parlare di Lucy!! Ancora oggi quando vedo uno che ha la faccia da pazzo, lo chiamo ‘Paul Sobriki’. BUUUU

    • il dottor green poi è uguale a mio fratello! separati alla nascita…
      quando leggono la letttera dalle vacanze e poi…e poi…
      glom
      piaceva tantissimo anche a me, mentr non sono mai riuscita ad appassionarmi agli altri “medical drama” come grey’s anatomy (mi sono tutti un po’ antipatici) e il dottor house (mi fa incazzare perchè se io mi becco la malattia rara, corcavolo che una squadra di medici fa le notti a capire che cosa ho e viene a perquisire casa mia per vedere che strano batterio vi si annida)
      l’unico che mi piace è scrubs, con la quale tento di colmare il vuoto che ha lasciato friends

  2. Io non ho mai visto ER… ma mi sono appassionata a Grey’s e House (nonostante la pensi come Giulia su queste due serie). Ho anche visto Private prectice, che però mi ha appassionato solo dopo un certo punto (all’inizio Addison mi stava antipatica). Scrubs invece è un mito! Avete per caso altre serie da suggerire??

  3. Volevo aggiungere che mi è successa la stessa cosa capitata a Siro: da quando sono mamma certe serie o film che raccontano di violenza e/o sofferenza li posso prendere a piccole dosi, perchè mi mettono tanta ansia (vabbè, ora il tempo è quello che è, quindi più che a piccole dosi non potrei comunque vederli!! 🙂 )

  4. Grandissima serie davvero, anche se devo aver lasciato dopo le prime stagioni, mi pare la terza, quando i personaggi “fondatori” hanno cominciato a lasciare spazio a nuovi soggetti e a storie un pò meno credibili e più romanzate.
    Credo che la novità stesse nel figurare medici come persone “normali” e del tutto fallibili (se non nel mestiere, almeno nella loro vita).
    Ho amato tutti i personaggi, soprattutto quelli più cattivi, precursori artistici di House e Scrub.

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