‘Non lasciarmi’ di Kazuo Ishiguro

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Nel 2005 venne pubblicato ‘Never Let Me Go’ di uno scrittore dalle origini giapponesi, trasferitosi all’età di sei anni in Gran Bretagna.

Il nome di Kazuo Ishiguro iniziò a circolare fuori i confini britannici con il suo terzo romanzo, ‘Quel che resta del giorno’ a cui venne attribuito nel 1989 il premio Brooker e dal quale, nel 1993, venne tratto l’omonimo film diretto da James Ivory interpretato da Anthony Hopkins (Stevens), Emma Thompson (Miss Kenton), James Fox (Lord Darlington), Christopher Reeve (Lewis) e Hugh Grant.

Ma non è l’unica storia di Ishiguro che è poi approdata sul ‘grande schermo’, fin ora.

‘Never let me go’ ottenne numerosi riscontri entusiastici dalla critica e, a distanza di circa cinque anni, nel 2010, Mark Romanek portò al cinema una versione del romanzo con la sceneggiatura di Alex Garland costruita in modo abbastanza aderente sul plot e le atmosfere originali impastate da Ishiguro.

Il film ebbe un discreto riscontro anche grazie alla presenza dell’attrice in ascesa Keira Knightley nel ruolo dell’astuta ma perdente Ruth.

Sostanzialmente in ‘Non lasciarmi’ – in Italia edito da Einaudi, tradotto da Paola Novarese – racconta di una sorta di ‘presente alternativo’ laddove le ambientazioni e le realtà hanno aderenze con i luoghi e i periodi storici in cui la storia si svolge, ma la trattazione o meglio, la società e gli accadimenti narrati, esprimono – volutamente – ciò che invece è indesiderato. La si definisce ‘distopia’ ovvero un’utopia al negativo.

Ishiguro, infatti, racconta le vite di tre giovani – Kathy, Tommy e Ruth – cresciuto in un collegio ‘particolare’ che si trova in una località imprecisata nella campagna inglese: Hailsham. L’intera trama viene raccontata attraverso la voce principale di Kathy che ricorda il passato, la scuola, le amicizie, il primo innamoramento con Tommy e i tradimenti di Ruth, alternando tutto con il presente in corso dove, di fatto, le vite dei tre personaggi stanno per affrontare il definitivo distacco.

Perché i tre giovani in realtà sono cloni, generati con l’unico scopo di – una volta diventati adulti – donare gli organi per salvare le preziose vite degli umani malati che diversamente morirebbero. Per questo tutti gli studenti di Hailsham sono ‘speciali’, non hanno genitori e sono educati a una rigorosa vita sana e rassegnata: perché la loro stessa vita sarà breve dovendo donare gli organi nel pieno delle forze.

Dopo la guerra, agli inizi degli anni Cinquanta, quando le grandi scoperte scientifiche si susseguirono così rapidamente, non c’era tempo di soffermarsi, di fare le domande più ragionevoli. Improvvisamente avevamo a disposizione tutte quelle possibilità, tutti quei modi per curare le malattie che fino a quel momento erano state considerate incurabili. Era questo ciò che il mondo vide, ciò che desiderò sopra ogni alra cosa. Per molto tempo, la gente ha preferito credere che quegli organi comparissero dal nulla, o tutt’al più che crescessero in una specie di vuoto pneumatico.
(Estratto da pag.266 – monologo di Miss Emily)

Ci sono termini specifici, immaginati da Ishiguro, che nel corso del libro diventano familiari anche al lettore e che descrivono chiaramente l’iter del loro essere al ‘mondo’. Parole come ‘assistente’ (ovvero colui che, per un certo periodo di tempo, affianca i cloni pronti a donare assistendoli nel percorso ospedaliero almeno fino alla morte) ma anche ‘completamento del ciclo’ che – detto in altro modo – intende individuare il momento di fine per le vite dei cloni.

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Kathy, Tommy e Ruth vivono nell’inconsapevolezza finché crescendo, complice un’insegnante zelante, apprendono per quale motivo sono venuti al mondo e per cosa sono destinati. Ma nulla cambia, tutto è normale così com’è a Hailsham quanto in seguito. I ragazzi vanno al college, crescono, finché iniziano a essere chiamati per le prime donazioni. Di solito il limite massimo di sopportazione del corpo dei cloni è tre donazioni, alle volte però i donatori non sopravvivono all’intervento già al secondo tentativo.

C’è una grande incertezza che aleggia in tutto il romanzo esattamente come un’urticante rassegnazione che resta stampata nei gesti dei personaggi, nelle atmosfere imperscrutabili e negli avvenimenti pacati e metodici. Non è una storia di accadimenti, dove succedono ‘molte cose’ o dove aspettarsi colpi di scena e virata, sebbene le basi della trama avrebbero permesso più d’una evoluzione imprevista.

Ci sarà, a un certo punto, qualcosa che sembra avvicinarsi a un colpo di scena quando per Ruth e Tommy, che si ritrovano dopo anni di separazione, arriva finalmente il momento di dichiararsi i rispettivi sentimenti e, in virtù di quest’ammissione, si concedono entrambi di credere che sia possibile una ‘proroga’ ovvero che esista la possibilità di rallentare l’iter delle donazioni, allontanando così il momento in cui termineranno il loro ciclo (e moriranno). Ma non è un vero e proprio colpo di scena. Consiglio di leggerlo, per rendersi conto di com’è trattato questo sviluppo.

Ishiguro sceglie una narrazione lenta ma costante, un approccio che non vuole scatenare aspettative né verso ipotetici ‘happy end’, né rispetto a soluzioni tra morali ed etiche. Gli uomini hanno bisogno di pezzi di ricambio per sopravvivere alle malattie mortali, la società ha trovato una soluzione medica per soddisfare questa necessità. Nient’altro.

Il vero problema che si pone nel corso della narrazione è legato al confine tra duplicato organico e clone umanoide ovvero se questi individui nati per clonazione abbiano però un’anima propria, siano in grado di vivere appieno esattamente come gli umani da cui sono stati generati. Ed è un quesito tutt’altro che secondario considerando che il loro destino è segnato e li identifica come ‘individui di serie b’, laddove invece Kathy, Ruth e Tommy dimostrano di provare emozioni, potersi innamorare, sono sensibili all’arte e creativi in quello che fanno, agiscono per invidia, paura, affetto, necessità.

Ishiguro affronta dunque la tematica del costante e crescente bisogno di organi, attraverso una trasposizione fantastica che però poggia su cardini estremamente e gravemente reali e verosimili.

La percezione che il ‘donatore’ sia inferiore al ‘beneficiario’ non è una novità, specialmente in alcuni paesi dove l’estrema povertà induce le famiglie a vendere gli ultimi nati in cambio di qualche soldo che garantisce la sopravvivenza di tutti. Non a caso esistono commerci illegali risaputi ma mai troppo nominati a dividere gli individui in due categorie anche sulla base della posizione sociale nonché economica. E’ proprio il caso di dire che una buona parte della ‘partita’ ce la giochiamo nascendo nella parte giusta del mondo oppure no.

Non è un libro facile, per quanto la trama e gli sviluppi possano attirare curiosità, proprio per l’insolito approccio scelto. La scrittura è particolarmente calibrata, il ritmo viene tenuto volutamente lento. La voce di Kathy ripercorre il passato incastrandolo con il presente senza fretta, ricostruendo dettagli e sospensioni.

Stavo parlando con uno dei miei donatori l’altro giorno, che si lamentava di come i ricordi, anche i più preziosi, svanissero sorprendentemente in fretta. Però io non sono d’accordo. I ricordi che mi sono più cari, mi sembra che non svaniranno mai. Ho perso Ruth, poi ho perso Tommy, ma non perderò i ricordi che serbo di loro.
Immagino di aver perduto anche Hailsham. Continuo a sentire delle storie su alcuni ex studenti di Hailsham che ancora la cercano, o meglio cercano il luogo che era una volta. E ogni tanto si sentono strane voci su quello che Hailsham è diventata – un hotel, una scuola, una rovina. Io stessa, malgrado tutte le miglia che ho percorso, non ho mai cercato di trovarla.
(Estratto das pag.289)

E’ forse questa la caratteristica più forte di Ishiguro che emerge in questo libro, ed è – a mio avviso – la sua croce e la sua delizia. Le stesse atmosfere rarefatte e lente, si rintracciano anche nel recente film accennato all’inizio, e di nuovo l’impressione è che, anche attraverso un altro mezzo narrativo, la lentezza, l’apatia e la rassegnazione siano fin troppo totalizzanti.

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