Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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Oggi è il 25 Novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

La violenza ha varie facce e spesso è protetta dagli stereotipi.

Io voglio scrivere qualche pensiero oggi su una delle forme di violenza da cui sono stata colpita: la violenza ostetrica e ginecologica in occasione del parto.

Qualche giorno fa ho preso un tè con due amiche e una di loro ha espresso un concetto che mi ha messo in ordine molti pensieri: la nostra società soffre di una specie di amnesia culturale. Ci hanno raccontato una storia, una fabula dominante, un solo stereotipo della nascita: l’ospedalizzazione.

A una donna si rompono le acque, in genere perde il senno e qualcuno si occupa di lei, in particolare si occupa di condurla di corsa in ospedale. Lì, con sollecitudine e intraprendenza, l’equipe medica prende in mano la situazione — sedie con le rotelle, barelle, nei casi più romantici un marito/compagno che porta in braccio l’inerme e incapace di intendere e volere partoriente fino alla sala adibita — e il bambino nasce in una posizione assolutamente non fisiologica alle urla “spinga-spinga-spinga” del personale con mascherina. La madre è distesa supina, in posizione arrendevole.

#noallaviolenzasulledonne


#noallaviolenzasulledonne dal mio Instagram @caiacoconi

Noi, donne che negli ultimi anni affollano i reparti maternità degli ospedali, siamo cresciute apprendendo osmoticamente questo cliché. Subendolo. Poche di noi hanno pensato durante la gravidanza che ci fosse un’altra strada, pochissime hanno potuto credere e abbandonarsi alla fisiologia della nascita, valutando con discernimento di volta in volta le pressioni mediche per interventi più o meno invasivi.

Quasi tutte noi, alla rottura delle acque o addirittura prima, siamo giunte in ospedale e abbiamo affidato la nostra vita a un’equipe medica.

Quasi la metà di noi hanno subito un taglio cesareo che nel 90% dei casi risulta inutile.

L’altra metà è uscita dall’ospedale con cicatrici invisibili, ma altrettanto profonde — talvolta, vittime dell’amnesia culturale, senza neanche accorgersene e poterlo denunciare.

Io ho subito torture fisiche e psicologiche durante il mio primo parto, credendo che fosse normale.

L’ho realizzato molto tempo dopo e oggi voglio dirlo perché solo contando le violenze, rac-contandole, si può sperare di opporsi al silenzio subdolo degli stereotipi.

Commenti

  1. io pero’ ho subito due cesarei d’urgenza per sofferenza fetale… se fossi stata a casa o se fossi stata in un’altra epoca le mie bimbe sarebbero morte tutte e due.. devo ringraziare i miei angeli/ginecologi se le mie bimbe sono vive e sane!!! per cui… no al cesareo senza bisogno ma si’ alla consapevolezza che il parto in casa e’ rischioso in caso le cose vadano male…

    • questo post non e’ un invito a partorire in casa, ma la denuncia di una situazione molto ricorrente in ospedale. la soluzione a mio avviso dovrebbe essere poter entrare in ospedale serenamente senza rischiare di subire violenze. e non accettare di subirle per la paura di perdere la vita per un parto fisiologico che presenti problematiche.
      probabilmente nel tuo caso i medici hanno fatto il loro DOVERE. non sono angeli, fanno il loro lavoro, ed e’ bene non confondere questi piani, credo, per una questione appunto di sterotipo. il medico ha il dovere di intervenire per salvare la vita, ma non e’ un essere angelicato che interviene con poteri ultraterreni. e non puo’ e non deve sostituirsi con la palla di vetro. molto spesso gli interventi sono preventivi e non basati su reali contingenze, e ti parlo di statistiche, non di idee preconcette.

    • poi una curiosita’: come mai anche il secondo cesareo d’urgenza? stavi tentando un vbac?

      • Si, e sono arrivata praticamente alla fine, si vedevano i capelli!!! purtroppo non riusciva ad uscire probabilmente per aderenze dovute al precedente cesareo.. sono d’accordo che i medici fanno il loro lavoro.. e non sono angeli.. se non per la sottoscritta!!!! il mio commento era puramente personale, perché una persona che salva la vita non a una, ma a ben due bambine io personalmente lo considero il mio angelo.. poteva succedere di tutto: poteva aspettare e tentare l’estrazione con il forcipe, con manovre varie.. qui a bergamo i cesarei li fanno solo ed esclusivamente in casi di urgenza e necessita’. quindi, grazie grazie grazie al dottor. cavadini dell’ospedale di bergamo per avere salvato le mie bimbe, medico o non medico!!!!

  2. Grazie per la tua testimonianza, per fortuna io sono stata accudita/seguita abb. amorevolmente da ostetriche e puericultrici, sia durante il parto che nella dura prova di inizio allattamento. Ho chiesto e ottenuto di rimanere in ospedale un giorno in più finchè sia stata più sicura nel gestire la mia piccola. Riconosco però di essere stata fortunata e ho sentito veramente storie incredibili. Bisogna lavorare sulla consapevolezza delle donne ad avere un “parto senza violenza”. Consiglio la lettura di “Per una Nascita Senza Violenza” di Frédérick Leboyer e “Mamma senza paracadute” di Luisa Castellani in cui la descrizione della scena di parto mi ha fatto davvero impressione, soprattutto per l’assoluta ineluttabilità con cui viene vissuto..

  3. Sai che non saprei davvero come giudicare i miei tre patri? Il primo sì, è stato violento (indotto per sospetta dimensione troppo grande della bimba… e invece era tutto nella norma) con le sue 30 ore di travaglio…
    Gli altri due no, probabilmente perché ho imparato dal primo e sapevo cosa dire, cosa chiedere…e cosa assolutamente evitare!!!

    • anche per me il secondo e’ andato meglio ed e’ stato cmq in ospedale. ecco perche’ credo nella divulgazione dell’informazione piuttosto che accettare dei cliche’ senza avere la consapevolezza di qeullo che puo’ accadere. e comunque non e’ giusto dover affrontare una circostanza di estrema vulnerabilita’ e intimita’ con la fascetta di rambo in testa 😀 scusate la metafora 😛

  4. Io devo la vita mia e di mio figlio all’ospedale, e al cesareo d’urgenza che ha messo fine a un’emorragia legata a una placenta previa. Che il personale degli ospedali debba a volte imparare ad approcciarsi correttamente con i pazienti è vero, ma credo che senza ospedali molte di noi, e molti dei nostri figli, non sarebbero qui

    • molte no, solo alcune, una netta, nettissima minoranza.

      ci sono delle statistiche ed e’ bene che le cose siano chiare altrimenti si creano spauracchi che fanno piu’ male che bene.
      in ogni caso la tua esperienza non fa che confermare l’utilita’ dell’ospedale legata a emergenze mediche. il parto non e’ una malattia e l’intervento medico dovrebbe esserci soltanto se NECESSARIO. negli altri casi no. essere dentro un ospedale puo’ rappresentare una sicurezza nell’eventualita’ di complicanze ma questo non puo’ in alcun modo far accettare la violenza. sia subendola come fosse una cosa normale sia mettendo la testa sotto la sabbia se si apprende che esiste.
      cioe’ l’integrita’ fisica e mentale di un individuo che entra in un ospedale deve esserte garantita a prescindere e non messa in discussione in virtu’ della salvezza della vita. io non posso entrare in un ospedale e accettare la violenza per PAURA di morire per un’emorragia o chissa’ cos’altro.

  5. io consiglio questo libro ‘Venire al Mondo e Dare alla Luce’ di Verena Schmid. E seguire un corso pre parto. E soprattutto uno post parto, se lo trovate, a Milano nei consultori pubblici ci sono fino al terzo mese del neonato. Sapere cosa succedeva, conoscere le fasi della gravidanza e del travaglio mi ha dato una dimensione reale di tutto. Non ci si può lasciare gestire come una bambola. Per non farsi fare violenza ci vuole consapevolezza. L’ignoranza non è per niente beata.

    • verena e’ la mia bibbia.
      l’ho letto dopo il mio parto, purtroppo. ma e’ stato comunque illuminante e le devo la mia salvezza mentale.
      hai ragione, bisogna uscire dal torpore e l’ignoranza per formarsi e formare le generazioni future per arrivare al momento in cui il rispetto non debba essere conquistato su campo, ma garantito.
      in particolare nel momento del parto una donna non puo’ pensare a doversi proteggere, dovrebbe esserle garantita la sua integrita’, a prescindere che entri in un ospedale, in una clinica privata o in casa propria.

  6. Non sono d’accordo … due parti in ospedale ed entrambe le volte l’intervento dei medici è stato fondamentale 🙂
    E io non avevo fattori di rischio (abbastanza giovane e in perfetta salute io, bimbi che da eco erano perfetti … Insomma la candidata ideale x il parto in casa).
    Poi sul l’empatia d

    • … Dicevo che poi sull’empatia del personale di ospedale si potrebbe discutere …

    • scusami, su cosa non sei d’accordo?

      • ciao, mi sembra che nel post fai il collegamento vado in ospedale allora subisco violenza.
        Secondo me va a fortuna avere un ostetrica o un medico con cui si crea il feeling giusto in un momento in cui non sei lucida (hai male e dici e fai cose che in altri contesti non faresti … chiedi a mio marito quanti insulti si è preso!). Io ho trovato la prima volta un’ostetrica insopportabile e un medico simpatico la seconda volo solo ostetriche carinissime (i medici non li ho visti se non mentre mi anestetizzavano d’urgenza…).
        Non considerando il parto putroppo in ospedale ci ho passato diverso tempo e anche lì trovi quello che potendo fulmineresti all’istante e operatori splendidi – per la mia esperienza la maggioranza.
        Se ho frainteso il significato del post invece ti chiedo scusa
        ciao 🙂

        • ma no figurati, purtroppo questo argomento non puo’ essere liquidato in due parole e approfondire in un clima di confronto e’ solo stimolante.
          il concetto di ospedalizzazione che ho espresso (ho cercato di esprimere) nel post e’ legato al cliche’ che noi apprendiamo e subiamo.
          io non sono contraria al fatto di poter partorire in ospedale, ma a tutto lo stereotipo che ci e’ stato inculcato e che l’ospedalizzazione comporta, ossia il “sentimento” di cessione nelle mani del personale che incontriamo del controllo di cio’ che accade.
          le ingerenze che in alcuni casi come il mio diventano violenza sono pericolose, molto pericolose. il fatto che non si conceda a una partoriente di camminare, per esempio, per agevolare la fisiologia del parto, forse puo’ non essere strettamente violento, per quanto obbligare a una posizione supina legata a un monitoraggio non sia poi una situazione di grande liberta’, ma la cosa grave e’ che questa “semplice” prassi ospedaliera e’ inibente per una buona riuscita naturale del parto. cosa significa? che gia’ cosi e’ stato compromesso un travaglio naturale e non possiamo piu’ dire che poi son stata sfortunata perche’ ho subito il cesareo per sofferenza fetale, perche’ magari la situazione e’ stata creata da prassi sbagliate e non da una eventualita’ fortuita.
          questo er dire che io non voglio suggerire alle donen di partorire a casa (a meno che non sia una loro libera e ponderata scelta) ma che sia garantito a tutte le donne un’esperienza di parto naturale, sereno e protetto anche dentro un ospedale. e non doversi raccomandare allo spirito santo, alla fortuna o a quel che sia.
          non posso entrare in un ospedale e sperare nella sorte.

          • Comprendo, le nostre posizioni non sono così distanti come avrei detto ad una prima lettura del post ma continuo a non condividere in pieno la tua posizione. Se vuoi possiamo continuare lo scambio di idee ma non qui (nonostante l’anonimato non mi sembra il caso). Questo post però mi fa piacere perché ha dimostrato che anche su argomenti più seri trashic è sempre un luogo di confronto civile.
            Baci

  7. Cara Caia, a tutto questo non avevo pensato finche’ non l’ho visto scritto. Il mio secondo parto e’ stato orribile. Avevo un’ostetrica che mi diceva, intimava quasi, di non urlare. E quando, stremata, ai limiti di me stessa l’ho implorata di aiutarmi (con l’episiotomia) lei mi ha quasi urlato queste parole” lo fanno tutte e lo fai anche tu. Smettila, non lo vuoi tuo figlio? E allora muoviti!”. Sorvoleto’ su quanto male mi abbiano fatto queste parole, troppo offensive in se’ e gravi se rivolte ad una persona sofferente e in difficolta’ che ti chiede aiuto. Ancora piu’ gravi, secondo me, se dette da una donna. L’epilogo? Mio figlio era grande per il mio fisico, non mi e’ stata praticata l’episiotomia e mi sono strappata moltissimo. Ho dovuto stare circa un’ora e mezza dopo il parto, in “posizione arrendevole”, perche’ “finissero il lavoro”. Ero cosi arrabbiata e umiliata. E ora capisco un po di piu che magari avevo un po’ di ragione a sentirmi trattata come una mucca che partorisce in una stalla. Anche se dubito molto che chi accudisce le mucche durante il parto sia cosi poco amorevole e allo stesso tempo prevaricante come quella ostetrica.
    Per fortuna delle mucche.

    • ti abbraccio forte
      quello che scrivi mi fa capire quanto sia importante parlarne. per prendere atto delle situazioni troppo frequenti di sopruso e alzare la testa.
      cosi come e’ utile sentire le storie belle di parto per diffondere una cultura della vita e non del terrore della morte in nome del quale ci si lascia violentare.
      ti abbraccio di nuovo

      • Non sono un maestro yoga del dolore io. Ma stranamente sia il mio primo parto che il secondo non mi facevano paura. E li ho affrontati entrambi con il pensiero “ogni contrazione e’ una in meno”. Ero assolutamente consapevole ed intenzionata ad averne un bel ricordo. Eppure non e’ bastato. Forse e’ questo che mi fa piu’ rabbia. Che qualcun altro abbia deciso per me di “shipparmi” un bel ricordo o comunque di rovinarlo. Quando penso al secondo parto ancora non mi capacito di come questa ” persona” possa essere stata cosi crudele. Pensa che dopo partorito una sua colega le si e’ avvicinata e le ha chiesto come stava e lei ha risposto ” dopo questa (ero io) devo prendermi una vacanza”. Senza contare che il mio bambino appena uscito non piangeva, io nn vedevo nulla e mio marito era pallido. Ho chiesto ripetutamente cosa succedeva e dottoressa e ostetrica hanno fatto una risatina e han detto “vedi che i corsi di rianimazione servono?”. Ho poi scopero dopo che il piccolo aveva due giri di cordone intorno al collo ed era blu. Non penso che ci possano essere molti commenti in merito. E sto parlando di un ospedale che nella mia regione e in tutta Italia e’ l’eccellenza per la nascita dei bambini e per i trattamenti neo natali, non il terzo mondo.

        • anche io sono stata in una struttura d’eccellenza.
          -_-
          io la prima volta ci sono andata con il tuo stesso stato d’animo, in piu’ fidandomi ciecamente delle persone che avevo conosciuto e che mi hanno accolto li dentro.
          e invece…
          la mia caparbieta’ nel chiedere ed esigere rispetto non ha fatto altro che portarmi in un turbine di ricatti psicologici e reali torture fisiche. io e mio marito al rientro a casa sembravamo due sopravvissuti. e mio figlio… non ti posso neanche raccontare cosa mi hanno fatto passare con e per lui. sono stata un’intera notte senza sapere neanche se fosse vivo.
          stavo impazzendo.
          col senno di poi capisco tante cose, e devo dire grazie alle persone che hanno instillato in me il dubbio, i libri che ho letto che mi hanno aperto un varco e hanno dato un nome al mio malessere. come vedi, anche in questo contesto in cui io ho denunciato e non espresso un giudizio, qualcuno piuttosto che accogliere un dolore, la denuncia di una violenza subita, difende a spada tratta un sistema. il problema e’ proprio quello: finche’ non si guarda in faccia il problema, non lo si chiama con il suo nome e non si cerca una soluzione, le donne continueranno a subire quello che e’ capitato a noi ed e’ molto piu’ frequente di qanto si pensi. io non voglio partorire in mezzo a un bosco, voglio partorire nel rispetto del mio corpo e della mia emotivita’ e avere la garanzia di essere protetta se intervenissero delle problematiche. io non voglio rischiare la vita mia e di mio figlio per paura di subire quello che ho subito un’altra volta.
          la mia non e’ una polemica contro chi partorisce in ospedale, ma verso la pratica ospedaliera che poco lascia alla fisiologia del parto.
          ho appena letto un libro di un medico ginecologo che insegna al policlinico di bari, quindi non una mamma pazza in preda agli ormoni, ma un professionista e un professore riconosciuto. si chiama luigi chiechi e nel suo “corpo di donna — la dissacrazione medica dell’integrita’ corporea femminile” dice: l’ospedalizzazione della nascita ha rappresentato la straniazione della madre dal suo contesto intimo personale e familiare, ha reso l’evento nascita un evento della societa’, ha reso pubblico il corpo di madre esponendolo e consegnandolo alle intrusioni e alle manipolazioni della medicina, lo ha reso proprieta’ medica oggettivandolo ed esponendolo alle pratiche, agli esercizi e ai soprusi della medicina, ha dissolto la dimensione privata e umana della maternita’, ha ridotto il parto a studi clinici, confronti e ricerche, togliendolo alla complicita’ e al soccorso femminile per affidarlo alla gestione dell’uomo medico, sempre tale anche se figurato dalla donna medico”.
          la sostanza, secondo me: invece di sostenere la nascita, oggi negli ospedali, molto spesso, la si vuole controllare, a discapito di tutto, ma in particolar modo dell’integrita’ del corpo e della psiche della donna e del legame mamma/bambino.

      • Grazie per gli abbracci Caia. E grazie per aver portato a galla questa rabbia che non sapevo se fosse del tutto giustificata. Ti abbraccio anche io. Forte.

  8. la mia salvezza è stata un corso di yoga/pre-parto che mi sono regalata con il primo bambino. Cora, l’insegnante, una persona meravigliosa che mi ha aperto gli occhi su un mondo “nuovo”: il parto come atto naturale, da vivere in modo consapevole, la medicina omeopatica, la consapevolezza dei rischi che ci si assume se si decide di vaccinare i propri i figli, l’allattamento e il sostegno alla mamma che allatta. Insomma prima di lei era rimasta incinta un somaro e poi ha partorito una donna. Non che io abbia tutte le verità in tasca, ma insomma, conosco delle cosine in più. I miei bambini sono nati entrambi in ospedale e le nostre (mie e del mio compagno) di essere messi a conoscenza delle intenzioni dei medici, di non essere torturata con sessioni interminabili di monitoraggio, ecc. ecc. non sono state sempre accolte con la fanfara, ma insomma abbiamo fatti tutti insieme un bel lavoro. Soprattutto il secondo parto si è svolto rapidamente. In due parole: ho partorito sdraiata sul lettino della sala travaglio, dopo la rottura ( meglio dire esplosione) delle acque, in 4 spinte (di cui le prime 2 cercando di NON spingere, cioè te lo immagini?) perchè la bambina si presentava a faccia in su!!! Non c’è stato il tempo di fare il cesareo e neanche di andare in sala parto. Il tutto condito da una belle febbre a 40 della sottoscritta! Devo dirti la verità il personale del reparto era tutto lì pronti ad aiutare me e la bambina, e io ha avuto veramente paura di non uscire viva da quella stanza, ma ero lucida. Ho chiesto cosa stava succedendo, li guardavo parlavo con loro e loro parlava con me, a me.
    Capisco quello che hai scritto e lo condivido e lo divulgo con le amiche in gravidanza e mi accorgo che c’è tanto da fare.
    Scusa se mi sono dilungata.Elisabetta

  9. forse da come l’ho scritto non si capisce cosa volevo dire. Io ero pronta a non partorire sdraiata o in una posizione non comoda, ma a volte il destino, o una bambina biricchina decide per noi, nel mio caso non c’è stato il tempo di fare niente altro e tutto è andato per il meglio. La differenza la fa la consapevolezza nell’affrontare le cose, no? e leggendo il commento di Grazia il rispetto del prossimo e l’educazione… Elisabetta

    • si, hai ragione, la consapevolezza aiuta tantissimo, infatti credo abbia aiutato anche me la seconda volta. per questo bisogna parlare, diffondere una cultura diversa, di vita, di empowerment, di fiducia nel corpo, di intimita’… essere “core” per le donne che partoriranno. io non ho avuto la fortuna di incontrare una Cora, ma ho letto tanto, tantissimo e ho capito tante cose e voglio iniziare a parlarne. sara’ una goccia nel mare, ma ognuno nella vita ha la propria ferita per cui lottare e fare le proprio battaglie.

  10. aspirantemamma

    Boh, non so.
    Non sono molto convinta.
    D’accordissimo con il fatto che la gravidanza e il parto non sono malattie, d’accordissimo con il criticare le’sccessiva ospedalizzazione, i cesarei non necessari ecc.
    Ma.
    Oggi, partorendo in ospedale, si salvano tanti bambini e mamme che anni fa quando si partoriva in casa non si salvavano, o subivano conseguenze tremende. Vogliamo dire che non è vero?
    Io quando ho partorito potevo scegliere fra un grande ospedale “tradizionale” con un reparto di neonatologia cazzuto con tanto di TIN e un ospedalino tanto carino in cui le mamme partoriscono in acqua, con la musica e tanto naturale…ma la neonatologia non c’era, in caso di necessità si carica il bambino sull’ambulanza e si porta nell’altro…e se non arrivi in tempo?
    Io non ho avuto dubbi, ho partorito sul lettino con le staffe e via (e meno male perché Anna in TIN poi c’è’ finita davvero).
    Sarò poco sensibile, ma non l’ho vissuta come una violenza.
    Ho fatto esperienza di ostetriche e medici stronzi (mi hanno sbattuta fuori dalla casa parto in malo modo, appena partorito “perché non hai il bambino con te”, era per l’appunto in TIN) e ho sofferto e mi sono arrabbiata, ma non lo classificherei come una violenza alla donna….ma stronzaggine di qualcuno ebasta.

    • ah no?
      non e’ violenza questa?

      sai, aspirantemamma, credo che ci sia qualcosa di distorto se pur di difendere un’istituzione non si riesca a chiamare le cose con il proprio nome. in ogni caso la questione non e’ andare o meno in ospedale, io non ho criticato in nessun momento la donna che va a partorie in ospedale (ci sono andata anche io, anche la seconda volta), la mia denuncia e’ verso un comportamento di violenza che non puo’ essere giustificato dalla condizione di bisogno che una donna puo’ avere quando deve partorire e giustamente vuole stare in un luogo che la possa accogliere e curare se necessario.
      per non parlare del fatto che c’e’ ampia letteratura scientifica sulle problematiche che intervengono in concomitanza del parto proprio causate dalla malagestione del travaglio secondo i criteri di ospedalizzazione.

      • aspirantemamma

        Caia, ma allora parliamo della violenza degli ospedali su TUTTi i malati…perché anche chi va con una gamba rotta o con l’Alzahimer a volte viene trattato come un cane, anzi, nella mia esperienza è molto più frequente…voglio dire, mi sembra che la questione non sia da ricondurre a un problema di violenza contro le donne ma a un sistema di gestione della sanità spersonalizzante e “massificato”. Voglio dire, non credo che l’ostetrica stronza mi abbia trattato male a causa di un pregiudizio sulla donna ma perché in generale negli ospedali i pazienti spesso sono trattati così.

    • aspirantemamma, ti vorrei anche dire un’altra cosa: oggi muoiono anche molte donne perche’ subiscono dei cesarei che in alcuni casi non erano neppure necessari, guarda un po’, ma c’era bisogno di una stanza e la tizia aveva un travaglio lento, per esempio, o il ginecologo, semplicemente, doveva finire il turno, e questi cesarei hanno — per il fatto di essere INTERVENTI CHIRURGICI — i rischi del caso. ne vogliamo parlare?
      secondo me bisogna riportare le cose al loro piano e vivere l’ospedalizzazione come una cura a un male o a un problema reale e accertato e non come una prassi di intervento e controllo di un fatto fisiologico come la nascita.

      • aspirantemamma

        Io penso che sono più quelle che si salvano perché partoriscono in ospedale e non in casa che quelle che muoiono per i cesarei sbagliati. Può essere che sbaglio, eh.
        Poi ripeto, concordo perfettamente che l’ospedalizzazione estrema delle gravidanze sia una stortura, assolutamente non lo nego.

        • non lo so se sbagli, ma io credo tu non sia molto informata.
          poi l’ospedalizzazione non e’ il punto.
          il punto e’ un altro: il fatto che l’ospedalizzazione sia vissuta come l’unica strada fa si che si crei uno stereotipo. in questo caso lo stereoptipo e’: tu da sola non ce la fai, hai bisogno dell’ospedale altrimenti MUORI (molto semplificato, ma e’ quello che sostieni anche tu). e cosi ti sottoponi (tu donna x) a qualsiasi cosa, non chiami violenza cio’ che violenza e’, in virtu’ del fatto che ti stanno salvando la vita. in particolar modo in riferimento al parto questo e’ un assunto totalmente errato. non si muore cosi facilmente di parto. semmai valutiamo quante complicanze sorgono proprio a causa di ingerenze mediche nel periodo a ridosso del parto e durante il travaglio. parliamo di come un parto assolutamente fisiologico e che sarebbe potuto essere un esperienza felice diventa una tortura e un trauma per una donna.

          lo ribadisco: io non sono contro gli ospedali e non sono a favore del parto in casa a prescindere. io sono a favore della liberta’ di scelta e soprattutto contro la violenza, a qualsiasi livello, in qualsiasi luogo. la violenza non si puo’ giustificare per nessun motivo.
          nel caso del parto la questione e’ molto piu’ intricata delle violenze contro il malato di cui dicevi sopra.
          le violenze contro un malato sono violenze palesi, si possono denunciare e vengono punite. almeno quando si riesce a superare certe barriere di omerta’, paura e via discorrendo.
          nel caso della violenza ostetrica e ginecologica lo scoglio e’ ancor piu’ arduo perche’ quella e’ una violenza che non si riconosce. non la riconosce chi la subisce, che spesso pensa sia normale per esempio subire manovre ostetriche invasive e pericolose, episiotomie o tagli cesarei, e non viene riconosciuta neppure dalle istituzioni perche’ aleggia sempre questa spada di damocle della morte per parto.
          tant’e’ vero che in un ospedale, se io mi presento da un ginecologo e chiedo di fare un taglio cesareo “perche’ non voglio soffrire” “perche’ voglio che mio figlio nasca proprio quel giorno” “perche’ ho paura del travaglio” o per un motivo x che non sia l’urgenza per cui l’alternativa e’ la morte mia o del figlio che ho in grembo, il ginecologo mi dice di si e fissa la data, in genere entro le 38 settimane quando forse, dico forse, il bambino non era neanche cosi pronto a nascere, ma sono sottigliezze.
          credi che se io dicessi a un chirurgo che voglio togliermi la milza perche’ mi sta antipatica o tagliarmi un dito del piede perche’ cosi posso indossare scarpe piu’ piccole o fare un intervento a cuore aperto per controllare ed essere sicura che il mio cuore funzioni bene, tu dici che mi accontenterebbe?
          no, non lo farebbe. in nome dell’integrita’ fisica, che e’ un valore sancito dalla costituzione italiana.
          capisci che c’e’ qualcosa che non torna?
          il mio utero, la mia vagina, non sono degni di restare integri?
          e non parliamo ovviamente delle violenze psicologiche.

  11. Cara Caia, grazie per quello che hai scritto, lo capisco e lo condivido scritto perché ci sono passata. Avevo scelto una struttura di eccellenza nota per il rispetto dei tempi naturali del travaglio, la possibilità di scegliere la posizione in cui partorire e tante altre belle cose. Ciò nonostante, ho subìto un’accelerazione del parto a botte di ossitocina e pesantissime manovre ostetriche (ho scoperto poi molto rischiose per madre e bambino), non perché ci fossero problemi ma perché c’era un’altra donna in travaglio e “serviva la stanza libera”.
    Al momento ero così stordita che non ho detto nulla, in effetti non ho nemmeno capito che quello che succedeva non andava bene, ma alla nascita del secondo figlio ho parlato eccome, e infatti nessuno si è permesso di farmi niente che non volessi: infatti per riprendermi dal primo parto c’è voluto più di un mese, dopo il secondo sono tornata in stanza sulle mie gambe. Non è stato un caso di sicuro.

    • no, non e’ stato un caso anche secondo me. 🙂
      non sono contenta quando sento queste storie di sofferenza, ma sono contenta del fatto che se ne parli. tacciare di stronzaggine la persona singola e metterci una pietra sopra come se fosse un caso isolato non fa bene. perche’ solo accettando il problema e parlandone si puo’ sperare di garantire ai nostri figli di vivere il momento del passaggio nella genitorialita’ il piu’ sereno possibile.
      per non parlare degli studi fatti sui danni sociali che le nascite violente provocano a livello generazionale.
      io ho deciso che non sto piu’ zitta.
      i nostri due casi (il secondo meglio del primo, semplicemente perche’ avevamo acquisito consapevolezza) sono esempi di come sapere, conoscere possa aiutare. il secondo passo e’ denunciare e rendere la questione pubblica perche’ a livello generale si condannino certi comportamenti e non si comprano in virtu’ del fatto che l’ospedale ti protegge: lo spedale mi cura se ho bisogno, altrimenti nel caso del parto deve agevolare la fisiologia, non controllarla!
      ecchecavolo, non son mica padreterni i ginecologi, eh? sono esseri umani, ricordiamocelo.

  12. Grazie Caia per questo post. Per me significa riaprire una ferita mai del tutto rimarginata, ricordare vissuti personali di cui non riesco ancora a parlare, nemmeno qui protetta dall’anonimato.
    Dico solo che non sono contraria all’ospedalizzazione, che se qualcosa va storto permette di salvare la vita di molte mamme e bambini, ma purtroppo all’ospedalizazione troppo spesso si accompagna una completa disumanizzazione, della partoriente in particolare e del malato in generale. Quanti medici ho conosciuto che trattano i pazienti come bestie o peggio ancora unicamente come corpi da manipolare. Nel caso di una partoriente, il fatto è ancora più grave perchè nella stragrande maggioranza dei casi non c’è alcuna situazione patologica da curare…
    Preferisco fermarmi qui.
    Un forte abbraccio.

    • non sono contraria neppure io all’ospedalizzazione, sono assolutamente contraria a farne l’unico stereotipo di nascita possibile presentato come forma di salvezza da chissa quali atroci occorrenze, perche’ questo e’ il nodo pericoloso: una donna si sente obbligata ad accettare qualsiasi cosa, tanto da non rendersi conto neppure di subire violenza e non riuscire ad accettarlo neppure con se stessa.
      mi dispiace molto, elinor, e comprendo perfettamente anche i tuoi non detti. per me e’ la prima volta “pubblica” in cui denuncio questa cosa e faccio fatica a scendere nei dettagli. del resto ci ho messo parecchio tempo anche per comprendere fino in fondo cosa fosse successo e la causa del mio malessere.
      ti abbraccio forte forte
      credo che chiudere queste ferite sia difficile, ma la sorellanza e piccole azioni per cambiare le cose possano in qualche maniera lenire.

      • secondo me tu associ ospedalizzazione a violenza.. sono due cose ben distinte e separate.. sono d’accordo con alcune mamme che ti hanno scritto che non hai ricevuto violenza in quanto ospedalizzata ma hai proprio incontrato persone stronze.. non e’ la norma la violenza in ospedale e non e’ la norma che per non ricevere violenza uno debba partorire in casa e rischiare la vita sua e del proprio figlio.. consiglio: critica il tuo ospedale, critica le persone che ti hanno usato violenza, ma non l’ospedale in generale.. la realta’ e’ che: sei stata sfigata!!! purtroppo ti poteva accadere in mille altri contesti con mille altre persone: a te e’ capitato in ospedale durante il parto. altro da dire non c’e’

        • secondo me c’e’ da dire molto altro e molto altro e’ stato detto, ci sono studi di persone molto piu’ preparate di me, medici e operatori del settore che ritengono che l’ospedalizzazione per come viene gestita oggi nelle strutture italiane e’ una pratica che inibisce la fisiologia del parto. molte complicazioni che intervengono sono molto, troppo spesso, provocate proprio dalle ingerenze mediche.
          la sfortuna sta nel trovarsi in una situazione come la tua, forse, una fatalita’, forse, perche’ cmq tutto sarebbe da studiare con cartella clinica alla mano, non in una come la mia dove tutto sarebbe potuto andare liscio e invece ci sono stati interventi deliberati e assolutamente gratuiti di violenza colposa.

  13. Non ho ancora figli ma ho letto con molto interesse l’articolo e i commenti, e sono daccordo con chi sostiene che alcune metodiche mediche e ginecologiche siano pure violenze mal celate.

    Perchè non fanno partorire nella posizione più congeniale alla mamma?
    La posizione supina mi sembra la più innaturale del mondo.
    Accovacciadosi il bacino si ampia di un po’ non è più facile per la partoriente?
    Restando in piedi appoggiate ad un sostegno o aiutandosi spingendo con le braccia sulle cosce non si facilita la discesa?
    Mentre al contrario i primi mesi se c’è minaccia d’aborto, i medici non dicono “stia sdraiata signora”?
    Ecco.
    Facciamo valere i nostri diritti di donne, per quel che è giusto e possibile, poi, se ci sono problemi, situazioni mediche pericolose, ben vengano i trattamenti atti a salvare madri e figli, ma che siano l’eccezione e non l’iter normale.

    Un abbraccio a tutte.

    • la posizione supina e’ piu’ comoda per chi assiste, questa e’ la ragione.

      e infatti il mio discorso — e mi spiace che proprio fra donne si creino fraintendimenti come se ci dovessimo fare la guerra tra noi piuttosto che lottare per un diritto di cui godremmo tutte — e’ proprio quello che dici lucidamente: garantire la fisiologia del parto DENTRO un ospedale dove SE E SOLO SE c’e’ bisogno il medico possa intervenire per salvare le vite.

      sono convinta e mi giocherei tutto quello che ho che anche il tasso di complicazioni crollerebbe drasticamente.
      non sarebbe meglio per tutte?

      • sai, qui a bergamo e provincia tutti gli ospedali e le strutture attuano proprio la filosofia “fai come ti pare l’importante e’ che stai bene”. puoi partorire seduta, in piedi, nell’acqua, su un pallone (ma come capperi si fa sul pallone!!) addirittura c’e’ la liana per attaccarsi come tarzan!!! ma tu per caso sei del sud?? perché so che al sud il tasso di tagli cesarei senza motivo e’ vergognoso.. non vorrei che valesse lo stesso discorso anche per la naturalita’ del parto..

  14. ho sentito certi racconti simili ai vostri di parti molto travagliati, soprattutto per la presenza di personale antipatico.
    Io ho avuto un solo parto in ospedale, ma talmente semplice e assolutamente non doloroso (pensa che avevo raggiunto i 7 cm di dilatazione mentre andavo in autobus a fare il tracciato!). E mi sono trovata benissimo, sia con il dottore, che era anche il mio ginecologo che con infermiere e ostetriche. Per altri problemi ho subito sei interventi (legamenti, ernie, ecc.ecc.) ma non ho mai subito quella violenza di cui parli, anche se so che esiste; io sono stata fortunata, tutto qua.
    L’unica cosa che mi viene in mente è che comunque sei in un ospedale. Per qualsiasi urgenza, intoppo, pericolo sei in un ospedale a contatto con persone che stanno svolgendo il loro mestiere.
    questo per me è il concetto più importante, la violenza può infastidire, rattristare anche arrecare molto dolore, ma prima o poi passa.
    se succede qualcosa in casa perché non hai fatto in tempo a…non te lo perdoneresti mai.

    • scusami cri, la violenza non infastidisce, non rattrista la violenza e’ violenza, ferisce, lede i diritti umani.
      e dentro un ospedale e’ doppiamente e biecamente colposa.
      e comunque, ripeto, e ci tengo che questa cosa sia chiara: io non sono qui a spingere le donne a partorire a casa come scelta migliore, io sono qui a denunciare che non si deve accettare la violenza come una cosa normale in nome della paura che possa andarti peggio e del ricatto morale che non si ha altra scelta.
      e’ come dire a una donna che subisce violenza domestica che fuori, da sola, e’ peggio e che almeno con suo marito ha un tetto sotto cui stare.
      il mio secondo bambino e’nato in un ospedale e sono andata a partorire con la morte nel cuore dopo quello che avevo passato la prima volta, non avrei mai messo in pericolo la sua vita a costo della mia pelle. MA NON E’ GIUSTO.

  15. Ecco, una delle cose che mi fa più paura sono le donne che non riconoscono la violenza come tale.

    Credo che la medicina debba assistere al 100% la futura mamma, in questo 100% c’è l’assistenza psicologica e l’aiuto a sopportare il dolore.
    Una madre che dice “sono andata a partorire con la morte del cuore” è il risultato di un tremendo errore comportamentale di medici e ostretriche.
    Si dovrebbe andare a partorire con la gioia del cuore, con la serenità di sapere che esiste l’assistenza medica giusta e la fiducia in un’equipe d’ostetricia che ci aiuterà a compiere il miracolo più bello al mondo. Si dovrebbe poter scegliere come vivere questo momento: in casa, in ospedale, in acqua, come è meglio per se e per il proprio piccolo. Se è necessario che i medici imparino a fare il proprio lavoro facendo la verticale a testa in giù, in quel momento, se si è in salute, loro sono secondari.
    Io lo dico con un velo di tristezza, perchè se mai sarò mamma avrò bisogno di trattamenti un po’ particolari visto che sono un caso problematico, ma una grandissima parte di donne non ha problemi o ha il modo per prevenirli.

    Poi, a voler essere pignoli, il parto è un grande rito di passaggio femminile, proprio come il menarca, il matrimonio e la menopausa.
    Abbiamo il sacro diritto di viverlo in maniera sana.

    • che belle parole zu, ti giuro che mi son commossa.
      purtroppo questo aspetto fondamentale di cultura viene totalmente ignorato e invece secondo me e’ quello centrale. che peccato.

      non ho idea di quali possano essere i tuoi impedimenti, ma avverto una sensibilita’ speciale in te e ti auguro con tutto il cuore di incontrare le persone giuste per vivere, se e quando sarai pronta, il passaggio nella maternita’ nel migliore dei modi.

      ti abbraccio forte 🙂

  16. Michele é nato in una notte di metà ottobre in casa nostra…con la sua mamma, il suo papà, e due splendide persone, le ostetriche, che lo hanno accompagnato in questa avventura meravigliosa.
    Michele è nato tra la tazza del bagno e il bidet, perché la sua mamma stava proprio comoda sulla tazza e non aveva intenzione di spostarsi. Le prime mani che l’hanno toccato sono state quelle della sua mamma…sono ricordi meravigliosi e so che non potevo fare regalo più bello a mio figlio e a me.
    Avere un “bel” parto non è una fortuna…non si dovrebbe aver paura di incontrare, come è stato detto, delle stronze…e partorire a casa non è una velleità da fanatici freakkettoni che mettono a repentaglio la vita del proprio piccolo.
    Io ho fatto questa scelta, non sapendo come sarebbe stato, perché Michele è il mio primo bimbo…ma sapevo di non voler rientrare nel novero di quelle mamme che non vogliono raccontare perché è troppo doloroso, di quelle mamme che aspettano anni prima di avere un secondo figlio perché sono state ferite, violate, “violentate”. So che sono parole dure ma purtroppo in tanti casi succede questo…e un bel parto è solo un caso di fortuna, di incontrare le persone giuste, nella giornata giusta.
    Ecco…non potevo permettere che questo momento fosse governato dal caso…dovevo sentirmi in un luogo sicuro, padrona di muovermi, padrona di scegliere e di ascoltarmi e ascoltare Michele .
    La scelta di partorire in casa è nata proprio dal fatto che non avevo un’alternativa altrettanto valida…
    Michele è nato a Roma, dove in tanti ospedali ancora non c’è il rooming-in, dove in altre strutture non c’è libertà di scelta per la partoriente, dove in altre ancore il personale ospedaliero invece di sostenere l’allattamento sentenzia che “alcune mamme hanno il latte e altre no” (sentito con le mie orecchie!)
    Io non sono una sostenitrice del parto in casa per forza. Ma sostengo a gran voce il diritto di conoscere, di scegliere e di riappropriarsi di un potere antico come la vita, che è quello di generare e di nascere.
    L’estrema medicalizzazione, il rifiuto e la paura del dolore (la prima cosa che ti dicono i ginecologi è quella di fissare subito la visita per l’epidurale!!!), la solitudine con cui si vivono questi momenti fondamentali hanno portato a stravolgere ciò che di più naturale c’è al mondo.
    Caia ti sono vicina e sono convinta che l’unire più voci è un ottimo inizio.
    P.S. Io e Michele abbiamo vissuto la nostra bella dose di violenza a 10
    Giorni di vita del cucciolino…ittero tardivo…ricovero al Gemelli (unico ospedale a Roma che permette alle mamme dei bimbi ricoverati di stare h 24 con loro): le infermiere fumavano e neanche sí lavavano le mani quando toccavano il bambino, il primario ha esordito dicendomi “signora ma lei lo sa che con la sua scelta ha messo a rischio la salute di suo figlio?” …per non parlare del sostegno all’allattamento…per fortuna che ho la testa dura e anche Michele… Scusate il papiro ma questo post mi ha proprio toccato!!!

    • non posso che ringraziarti per questa tua storia, perche’ proprio attraverso queste testimonianze, secondo me, ci si puo’ opporre allo stereotipo dominante che non fa andare oltre i cliche’ e le prassi, perdendo l’istinto, la “presenza fisica e mentale”.
      io pure non sono una sostenitrice a priori del parto in casa, ma penso che non sia solo l’ospedalizzazione per come e’ intesa oggi la strada per partorire, perche’ pensare in questa maniera e’ pericoloso: le donne pensano che sia cosi e basta, che sia normale e accettano la violenza senza saperla riconoscere. e’ veramente una condizione di spottomissione orribile.
      sono veramente felice di apprendere la tua storia e il tuo coraggio, ma non il coraggio della “strana” quanto quello della donna dentro il suo corpo che nella sua integrita’ si ascolta e vive i propri passaggi di donna a 360gradi.
      ho capito che c’e’ bisogno di questo: di raccontare le donne in maniera diversa.
      spesso si confonde la forza delle donne con lo spirito di sopportazione dei soprusi. be’, non e’ cosi. la forza e’ ben altro: e’ coraggio di stare nel proprio corpo, di affrontare i cicli della vita dentro il loro flusso e rimettersi alla natura delle cose.

      riguardo il caso specifico anche io sono a roma e per varie circostanze ho partorito in entrambi i casi in ospedale. e credo di essere una miracolata se sono ancora intera e sana di mente, dopo quello che mi hanno fatto passare. ma adesso ho deciso di passare all’azione. sono stata zitta per molto tempo perche’ dovevo elaborare e studiare. ho letto tanto e non mi sono sentita piu’ sola. e’ arrivato il momento di chiamare le cose con il loro nome: la violenza e’ violenza e nessuno ha il diritto di perpetrarla, tanto meno sotto lo scacco della paura per la vita propria o del figlio.

      grazie, grazie ancora daria.

      ps riguardo l’allattamento potrei scrivere altrettanto. a me hanno detto, nel caso del secondo figlio, che allattandolo avrei fatto del male al primo (allattato 21 mesi). alle mie basite perplessita’ mi hanno risposto che dovevo mettere da parte il mio egoismo e pensare ai miei figli, perche’ essere madre e’ il mestiere piu’ difficile al mondo.
      non aggiungo altro. 😉

  17. Lo scorso novembre è nato il nostro bimbo, il primo ed è stata un’emozione unica. Mi avevano convinta che il parto sarebbe stata un’esperienza bellissima e intensa, seppur dolorosa e io ci ho creduto. E invece, nonostante alla fine sia andato tutto bene ho avvertito per giorni una strisciante sensazione di disagio, che, all’inizio sopita dalla stanchezza e dall’emozione, è risuonata in me qualche giorno dopo, una notte in realtà, quando mi sono svegliata piena d’angoscia dopo aver sognato il mio parto.
    Il fatto è che mi sono sentita in qualche modo violata, a parte il supporto (fondamentale) di mio marito, le 20 ore di travaglio sono state puntellate di poca cura e nessuna empatia, se non da parte dell’ostetrica che però non è bastata.
    Per delle piccole complicazioni ho dovuto fare il travaglio sul lettino e mi hanno fatto l’induzione via flebo dopo molto (troppo?) tempo, quando io ero già sfinita da ore di contrazioni dolorose ma irregolari; dopo un primo tempo in cui eravamo solo noi e l’ostetrica sono iniziate ad arrivare in stanza altri medici e alle nostre richieste di spiegazione venivamo liquidati con un poco rassicurante ” è per precauzione”.
    Noi, molto inesperti e un po’ intimoriti non abbiamo avuto la forza di imporci di più e se io ero esausta e preoccupata, mio marito accanto a me aveva le lacrime agli occhi per l’ansia. Alla fine non si erano accorti che il bimbo era spostato a sinistra e quando, a causa di un mio abbassamento del battito, hanno dovuto agire di fretta hanno dovuto utilizzare la ventosa e il mio piccino ne è uscito con una piccola frattura della clavicola; io con un parecchi punti interni ed esterni. E’ vero, eravamo in ospedale e tutto è finito bene, ma non riesco a scrollarmi da dentro, la sensazione di non essere stata guidata come avrei voluto; so che ci son storie ben più gravi della mia ma l’argomento mi tocca troppo per non partecipare.
    Grazie.

    • Grazie infinite d. del tuo racconto.
      nelle ultime tue battute c’e’ l’essenza del mio discorso: non e’ che soltanto perche’ ci son cose peggiori dobbiamo abbassare la testa e subire.
      non sarebbe giusto dover sapere di fisiologia del parto e medicina, ma la verita’ e’ che in alcune situazioni le violazioni avvengono proprio perche’ si gioca sull’ignoranza in materia della malcapitata.
      l’induzione per esempio, una pratica diffusa e oramai praticamente di routine e’ una pratica invasiva che va ad alterare un percorso naturale, durante il quale il corpo gradualmente si apre ad accogliere e donare la vita. le contrazioni con ossitocina sono molto piu’ dolorose e innaturali delle contrazioni da travaglio. la posizione distesa, e ancor di piu’ l’obbligo a una qualsiasi posizione e’ un forte inibente alla riuscita di un aparto naturale. detto questo e’ veramente difficile valutare se le “complicazioni” siano dovute alla natura o alla gestione del travaglio.
      il problema e’ che tutte le ingerenze ed intromissioni se non volte al sostegno, ma unicamente al controllo, non garantiscono uno sviluppo fisiologico del travaglio. questo e’ un paradosso che in ospedale non riescono ancora a risolvere e genera spesso invece delle situazioni in cui sorgono problemi che loro ovviamente risolvono e lasciano la sensazione che “meno male che ero in ospedale altrimenti ci avrei rimesso le penne”.
      magari — dico magari — le complicazioni poi intervenute e necessitanti interventi medici con una gestione rispettosa e a sostegno della fisiologia del parto non sarebbero proprio intervenute. chissa’.
      Comunque grazie a te, confrontarsi e’ sempre molto costruttivo e nella mia esperienza raccontare le storie apre un circolo vistuoso.
      un abbraccio

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