Vestire bene: come scegliere la moda low cost

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Venerdì 16 Maggio al Mammacheblog abbiamo parlato di stile e lavoro, ma come sempre abbiamo evinto che il nodo è sempre gestire la nostra femminilità, esaltare il nostro corpo e amarci, innamorarci di noi.

Vestire bene in ogni occasione significa stare bene nel nostro corpo e imparare a vestirlo con l’obiettivo di valorizzarlo, sempre coscienti che la nostra immagine, il nostro look lanciano messaggi precisi che possiamo in qualche maniera pilotare a nostro vantaggio.

Perché il low cost è sinonimo di infelicità? Chiacchierando in un contesto molto stimolante, con donne attente, simpatiche e intelligenti che intervenivano e sostenevano i miei sproloqui (G R A Z I E) il tempo è volato e non tutti i concetti sono stati approfonditi come avrei voluto, quindi mi permetto di tornare sulla questione ‘low cost e infelicità‘.

Le catene low cost hanno un obiettivo di profitto, non di beneficenza

Del resto è anche giusto che sia così, ma noi possiamo essere vittime del marketing o consumatori consapevoli. Quindi il prezzo basso non è indice di cosa buona e giusta a prescindere, ma spesso di qualcosa da controllare il doppio: potrebbe essere economico perché scadente, perché inutile e chiedere altri acquisiti in maniera subliminale, perché frutto di sfruttamento dei lavoratori che l’hanno prodotto, perché semplicemente superfluo.

Prezzo piccolo + prezzo piccolo = prezzo grande

Non dimentichiamo che less is more: meglio due magliette omologate o una originale? Spesso lasciamo nei negozi delle catene low cost cifre consistenti pensando di aver rimpinzato il guardaroba di capi nuovi che ci risolveranno tante situazioni.
Il più delle volte abbiamo capi che si abbinano solo con se stessi e per niente integrati nel nostro guardaroba, capi che si deteriorano al primo utilizzo o addirittura capi da cui non staccheremo mai il cartellino. E se avessimo investito la cifra in due oggetti veramente belli da indossare allo sfinimento?

Gli specchi dei camerini sono solo la punta dell’iceberg di una strategia d’insoddisfazione e ansia di consumo per compensazione

Entri in negozio vedi vestiti interessanti anche perché resi accattivanti dallo styling sui manichini o il posizionamento su stand e ripiani (accostamento di colori, tessuti), fai la tua scelta e vai in camerino: orrore. Ma tu pensi: lo sanno tutti che lo specchio di xxx è fasullo/inclinato male/fatto apposta per farci sentire brutte e grasse, lo ignoro. Compri ugualmente il capo perché in fondo è tanto carino abbinato a quella maglietta che costa solo 9,90 e che ora prendi al volo insieme al pantalone così risolvi l’aperitivo di laurea della tua migliore amica.

In fondo a te però si è installata quell’immagine nello specchio del camerino: le cosce strizzate nella 44, i baffi di tessuto al cavallo del pantalone, la cucitura laterale lungo la gamba che finiva sul collo del piede e faceva sembrare le gambe storte, la pancia che straboccava leggermente oltre il bottone, la necessità di tenere il fiato quel tanto che basta per sentirsi fuori luogo.

Torni a casa e butti la busta in un angolo, adesso non ci vuoi pensare, hai un mese per cambiare, eventualmente. Passa qualche giorno e ritrovi quella busta finita sotto una caterva di vestiti e borse: ah! Ecco dov’era. Tiri fuori i due capi spiegazzati, li indossi sicura di trovare conforto nel tuo specchio e ti vedi coperta di stracci, sciatta e trasandata, la maglietta non ti copre neanche quelle tre dita di bacino di cui avresti bisogno e anche se trattieni il respiro il pantalone ti sta stretto, inequivocabilmente, dovresti farlo accorciare perché altrimenti ti va sotto le scarpe, magari lo porti alla sarta. Ecco sì, lo rimetti nella busta e lo metti davanti alla porta dell’ingresso che appena possibile lo porti alla sarta. La maglia è decisamente corta, ma magari ci puoi mettere una canotta sotto, sì, ma quale? Forse quella che avevi visto in quell’altro negozio low cost, ma sì c’erano tutti i colori a 4,90. Domani ci passi. Anche perché devi cercare qualcosa, non hai niente da metterti. E resta il fatto che ormai nella 44 non ci stai più, accidenti, devi metterti a dieta, stai diventando veramente grassa e sgraziata, ma piuttosto che indossare una 46 stasera digiuni.

Le catene low cost seguono la moda e la bruciano prima che finisca la stagione

Nelle catene low cost si trovano principalmente indumenti e accessori di tendenza. Questo provoca due danni: il primo è che la velocità con cui cavalcano le tendenze di stagione e la consuetudine interna di avere microcollezioni che vengono lanciate di mese in mese facendo scomparire tutto il precedente nel giro di una notte, innesca un ritmo al consumo esagerato, fuori controllo e volto all’approvvigionamento cieco della novità per paura di perderla, senza interrogare il cervello e coinvolgerlo nell’opportunità reale di un acquisto.
Il secondo risvolto è che ci propinano un totale appiattimento del gusto e della forma: se ami i pantaloni palazzo non li troverai mai in stagione di skinny, così come se sei una donna che indossa bene il giallo e le passerelle per quell’anno avevano deciso di abolirlo. Riempiendo enormi magazzini di verdino e corallo ti fanno credere che qualsiasi altra scelta cromatica sia inadeguata e se tu stai male col corallo o tenti di imporre il tuo gusto personale che vira verso il blu una vocina ti sussurra che sei out, ragazza, sei proprio vecchia dentro, mi dispiace. La diretta conseguenza è che non dà l’opportunità di ragionare sul proprio stile per definirne i contorni e strutturarvi sopra un guardaroba coerente e duraturo, ma porta all’acquisto compulsivo fine a se stesso (vedi punto precedente) per renderci tutte uguali… rassicurante? Direi deprimente.

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Dobbiamo boicottare le catene low cost?

No, assolutamente no. Dobbiamo semplicemente essere più presenti a noi stesse e non farci abbindolare dai trucchetti di marketing. Approfittiamo per risparmiare, ma acquistiamo solo capi che avremmo preso in considerazione anche se avessero avuto uno zero in più, gioendo del fatto di potercelo permettere proprio per mancanza di quello zero.
Entriamo in negozio sempre con le idee chiare, per cercare qualcosa che sappiamo esserci utile. Acquistiamo solo dopo aver ponderato bene la vestibilità e la fattura. Non è vero che il low cost sia sinonimo di qualità scadente, ma esige sempre un controllo più approfondito.

Che ne pensate?

Siete consumatrici compulsive o consapevoli?

Riuscite a svicolare dai tranelli del low cost?

Commenti

  1. ho pochissimo tempo, conto di tornare più tardi su questo articolo interessantissimo. Per ora ti dico solo che se in inverno rifate il mammacheblog vengo anche strisciando sui gomiti!!

  2. Allora, sarebbe inutile negarlo, ma nel mio armadio vivono (anche) capi low cost….e pure molti…
    Però concordo su tutto…
    Spesso sono stati acquisti compulsivi…giri per il negozio, 19,90 di qua, 14,95 di là, e alla fine esci con uno scontrino a tre cifre e cose che metterai (forse) per un’associazione stagione.
    Al contrario, in negozi dove la qualità (e il prezzo) è maggiore, ho fatto acquisti ben più impegnativi, ma che durano negli anni (la mia amata Carla G ad esempio…ho tailleur da ufficio che hanno se non dieci anni di sicuro 8, capi di una stagione che posso abbinare tranquillamente con quelli della collezione successiva).
    Detto questo , il low cost è divertente perché quest’anno volevo una giacca gialla e da zara l’ho presa a meno di 50 euro, perché di più non c’è lì avrei spesi (sono quasi sicura che l’anno prossimo non la metterò). E anche qui, con un po’ di attenzione, si riescono a fare acquisti decenti, come – appunto – capi basici per i quali spendere tanto è un peccato e qualche volta ho anche trovato cose che fanno la loro figura. Anche qui bisogna girare, avere pazienza, sapere che cosa si vuole e seguire il proprio stile, senza lasciarsi incantare dal manichino e da oggetti che, come dici tu, stanno bene solo con se stessi.
    Insomma, le scorciatoie non esistono.
    Nemmeno nel sapersi vestire, nemmeno a poco prezzo
    😉

  3. Io affronto il low cost guardando per prima cosa l’etichetta (vietatissimo il poliestere per esempio, meglio la viscosa), poi le cuciture/rifiniture e poi la vestibilità.
    Spesso ho preso cantonate pazzesche (tessuti che dopo un po’”puzzano”, pallini, fili malandrini ecc.), altre volte ho fatto acquisti straordinari (come un giubbino benetton che infilo senza pietà in lavatrice e dura da anni, mentre i suoi “cugini” comprati a uno zero in più e portati sempre e solo in tintoria mi hanno abbandonata prestissimo).
    Nelle catene low cost vado solo se mi serve un certo capo e sono in bolletta, cercando cose che mi donano e non di “tendenza” (crop top e oversize vade retro! :-)), nell’attesa di poter comprare una qualità maggiore per esempio ai saldi, poi se l’acquisto si rivela fortunato bene, altrimenti lo sfoggio in campagna alle prese con il barbecue ;-)!

  4. Da quando uso il sistema “immaginalo con un.prezzo piú alto…lo vuoi ancora?” ho stabilito dei sani limiti al low cost. Poi non comoro sintetico, niente che non è davvero la mia taglia, niente che oggi lo amo ma domani non si sa.
    Ogni tanto faccio ancora qualche errore ma sono limitati.
    🙂 si può venire al mamma raduno anchevse non si è mamma?T.T adottatemi.

  5. bellissimo post e altrettanto bellissimi ed utili commenti! mi sono ritrovata nella descrizione del camerino…fino a qualche anno fa era uno dei miei comportamenti tipici…anche l’accumulo di borse di acquisti e il ritrovamento di cose che scordavo di aver comprato…nel mio caso due cose mi sono servite a cambiare: ahimè la prima è la cassa integrazione di mio marito, che ha tagliato le gambe a qualsiasi spesa “futile”, la seconda è indubbiamente Trashic, che mi ha illuminato su come evitare l’ammucchio selvaggio di abiti, che comunque al momento dell’urgenza si rivelano inservibili….GRAZIE!

    • ma infatti secondo me è proprio un paradosso: quando fai davvero attenzione al budget, ti accorgi che non è così low.
      quindi acquisti a prezzi contenuti ben vengano, ma affrontati come se avessero un prezzo più alto per pesarne davvero la qualità e l’utilità!

  6. Come hanno detto sopra, io per prima cosa guardo l’etichetta, per cui mi è molto difficile trovare qualcosa di comprabile a livello di maglioni (perchè l’acrilico spadroneggia e trovare qualcosa interamente di lana è pressochè impossibile), mentre per quanto concerne il cotone è fattibile, anche se mi sto rendendo conto che il 100% di cotone non vuol dire sempre la stessa cosa e valutare un cotone rispetto ad un altro è molto più complicato che leggere un’etichetta (o almeno io non ne sono capace).
    Poi la prova camerino è impietosa, ma se non mi sento a mio agio in camerino non compro. E sto cercando un pantalone beige per la primavera e credo che arrivi prima l’estate del mio acquisto, perchè purtroppo li fanno tutti della stessa forma che a me non dona per niente :-(. Non è una questione di taglia, ma proprio di modello!
    Comunque la mia salvezza è che non sono modaiola, per cui se non mi sta bene, non mi sta bene e di certo la commessa non mi convincerà mai che il capo va portato proprio così, con le cosce strizzate tipo salami.
    buona settimana
    francesca

    • brava francesca!
      meglio non comprare che caricarsi di cose che non ci donano.
      continua a cercare, magari alla fine il pantalone spunta fuori.
      diffusione tessile l’hai provata? i pantaloni hanno veramente tanti modelli e poi sono molto classici.

  7. Io trovo che i low cost siano da trattare alla parti dei mercatini: l’occasione è probabile, ma bisogna stare attente a ogni dettaglio! Spesso è difficile andare altrove (più su ho letto di un benetton trattato alla stregua di un low cost classico… ecco, non è così per tutti, anzi…) ma l’attenzione a tessuti e tagli e cuciture la si fa comunque, no?
    Piuttosto sono molto dispersivi: eccome, se è dispersivo un h&m, ad esempio…

    • No, hai ragione, mi sono spiegata male, non considero low cost il marchio (infatti per alcuni zara rappresenta un low cost, io per esempio lo considero troppo caro per essere tale), il giubbino di cui parlavo mi è costato 25 euro molti anni fa, e per me è un prezzo da low cost, ma ne vale di più. Da benetton compro spesso e mi trovo bene, anche se più per i pantaloni che per la maglieria. Faccio solo un paio di acquisti l’anno “di qualità” ma ai saldi dell’outlet e rompendo il salvadanaio 😉

    • hai ragione: molto, molto dispersivi.
      giorni fa sono entrata in un hm per prendere due magliette ai bimbi e ho allungato lo sguardo per vedere nella zona donna se qualcosa mi colpiva… alla fine non riesco proprio a concentrarmi e smistare le cianfrusaglie da qualcosa per cui varrebbe la pena… da un lato meglio così!
      quest’anno il mio shopping all’osso mi sta dando frutti molto soddisfacenti!

  8. Il vero problema del low cost secondo me è che ti fa credere di dover comprare qualsiasi cosa con la scusa del “sì, tanto costa poco”. A parte questo, il punto è che per molti, come per me che sono una studentessa squattrinata, il low cost non è una scelta ma una necessità. Purtroppo se pago una maglietta 5 o 10 euro, non è assolutamente vero che per il doppio trovo una maglietta di qualità molto maggiore, anzi, per quanto ho visto io per avere cose veramente di qualità bisogna arrivare a spendere molto più del doppio, e questo ovviamente può essere un problema.

    • però giulia per esempio nei mercati puoi trovare davvero delle occasioni.
      cioè secondo me proprio quando si ha un budget basso bisogna ingegnarsi e comprare meglio e poco.
      ti assicuro che la maglietta di cotone, con la scollatura che non si storce al primo lavaggio nei mercati la trovi e di qualità superiore a dieci euro. non alle bancarelle delle cineserie, ma dove ci sono questi rivenditori per esempio che prendono nelle fabbriche gli esuberi smarchiati. e allora ti trovi la roba di prada, davvero di prada anche se tu non lo sai, ma la qualità la senti, a dieci euro.
      mi dirai che è un LAVORO andare in giro a trovare le ‘occasioni’, ma è anche divertente e una volta che trovi i tuoi punti di riferimento, devi solo passarci al volo quando ti serve qualcosa. e poi un tantinello su, ma col vantaggio di una qualità molto buona c’è diffusione tessile. prezzi tipo zara, ma qualità decisamente superiore e tagli meno modaioli, ma aggiornati.
      siamo abituati al fast fashion, ma se entriamo nell’ottica di metterci un po’ d’impegno oggi l’offerta è vastissima a tutti i livelli e possiamo essere molto ben vestite anche senza spendere tanto.
      ultimo esempio: quando ero universitaria squattrinata pure io (ho sempre lavorato mentre studiavo) avevo trovato l’outlet di (ethic) marchio ormai scomparso, che aveva tutte cose molto particolari, a prezzi modici che all’outlet diventavano decisamente low di buonissima qualità (ho ancora adesso tante cose che via via continuo a indossare e restano particolari.
      se non ti accontenti puoi cercare alternative, sempre: non farti convincere che l’unica soluzione sia l’omologazione 😉

  9. Ciao, io sono una che gode solo se compra low cost. Caia mi ha già migliorata molto, ma non so se questa cosa mi potrà mai passare. 😉
    A me scoccia proprio spendere una cifra a tre zeri per una borsa, per dire. Non è nel mio DNA.
    Mi sento invece tanto a mio agio con la borsa da 20eur di ASOS o di pittarello. Idem per scarpe e vestiti. Per non parlare della bigiotteria.
    C’è da dire che io, comprando vestiti solo da Bonprix, mi sono abituata a scegliere tessuti qualitativamente buoni, e non ne resto quasi mai delusa. Magari se un giorno sarò magra (mi basterebbe avere una 50, ma con calma…), cambierò idea, chi lo sa. ma non nascondo un certo fascino perverso nel comprare le mie cose ad un prezzo basso, e sentirmici proprio bene dentro.

    • pittarello non me lo nominare, appena sento le prime sillabe mi arriva il flash della ventura che fa il ballo maori e mi viene un mancamento.
      😀
      comunque socia io non voglio invogliare la gente a fare debiti per rifarsi il guardaroba. io sono orgogliosissima delle mie gonne a 15 euro, ma prese in outlet, sulle bancarelle di capi firmati e smarchiati per esempio. perché spesso acquistare nelle catene significa avere capi omologati e scadenti.
      MA se uno riesce a ‘capare’ bene, trovare la qualità e conservare un po’ di originalità, restando su un piccolo budget… BEN VENGA!!!
      comuqnue quando arriverai alla 50 io prenderò italo, tu mi aspetterai in stazione e ce ne andremo in centro a torino a rifarti il guardaroba. questa è una minaccia. vedi un po’ te.

    • evviva!!!!!!mi sono sentita un poco inadeguata dopo aver letto questo post. Poi è arrivata “mammafelice” che mi ha dato sostegno. Io sono una che anela al bello delle grandi case di moda ma per motivi di “sopravvivenza” ( io sono una insegnante precaria con due piccoli che si destreggia con un solo stipendio) deve accontentarsi di negozi come hm e Zara, oppure i mercatini dove scovo, come un archeologa dello shopping, grandi occasioni.
      Il mio trucco per non farmi ingannare e non uscire fuori cifra ( e testa) è di studiare prima quello che mi serve in base alle mie esigenze, guardare modelli sul sito che mi interessa, confrontare i prezzi e poi comprare. Ho ancora molto da studiare ma l’impegno è grande!!!!

      • Luisa, ma in realtà è esattamente quello che con questo post sostengo di fare: affrontare il low cost con criterio e non accumulare semplicemente abbindolate dall’idea che costi ‘poco’!
        e poi i mercatini sono una grande risorsa, l’ho sempre sostenuto.
        bella l’immagine dell’archeologa!!!

  10. dunque dunque … anche io compro low cost controllando l’etichetta e tastando il prodotto. Per rispondere a Francesca il cotone può essere etichettato 100% pur contenendo una percentuale di sintetico (non ricordo la percentuale, dovrei controllare ma tipo 15%). e quindi farci la mano è utile, ma difficile, se non si stropiccia strizzandolo con le mani va tranquilla ha del sintetico. Poi taglia, vestibilità utilizzo ecc.
    Trovo molte cosine graziose e utili per i bimbi, e con un gran uso di cotone e un pò di elastan (utile per garantire comfort e libertà di movimenti) e molto poco per me. quando passo al reparto adulti ( per non fare nomi H&M 😉 ) mi sembra che l’ uso del cotone (o altre fibre naturali) crolli . l’avete riscontrato anche voi.
    poi concordo con te sulla velocità dei cambi di collezioni, per salvarmi da questa corsa folle frequento questi grandi negozi con moderazione.
    muovendomi così riesco a fare acquisti abbastanza accorti

    • per esempio per i bambini c’è la linea di cotone organic. io la trovo molto buona a fronte di un costo decisamente contenuto.
      e devo dire che sono riuscita a rimettere tutto anche al piccolo senza che i capi sembrassero vecchi, nonostante i mille passaggi in lavatrice.
      e trovo anche cosine sfiziose per loro senza dissanguarmi. per i bambini del resto cerco di guardare sempre alla qualità, ma non prendo proprio in considerazioni costi oltre quelli perché non li ammortizzerei mai ed è veramente un peccato.

    • Grazie questa cosa del cotone al 100% non la sapevo, anche se ne avevo qualche sospetto …. ma perchè perchè perchè hanno permesso una cosa così! Il 15% non mi sembra neanche poco, uffa!

    • Io da H&M per la bimba trovo cose molto carine, ma davvero di scarsa qualità: cuciture che si scuciono al primo lavaggio, tessuti misti, troppo poco cotone. Ho semrpe rpeferito OVS e Kiabi, che hanno cotone migliore e sono certificati Oeko Tex.

      • sai che la linea maschietti mi sembra più di qualità rispetto a quella bimbe. però non ho riscontrato i problemi che dici tu e ho riutilizzato tutte le cose comprate a li anche per lei…certo dopo due bimbi e miliardi di lavaggi qualche buchino…

  11. Ottimo post e sottoscrivo tutte le tue considerazioni: l’abbigliamento low cost va maneggiato e dosato bene!
    Da quando seguo la regola aurea di chiedermi sempre se comprerei il medesimo capo ad un prezzo più alto, che avevi già suggerito in un vecchio post, il mio approccio con zara & affini è migliorato parecchio!
    Condivido in particolare il tuo invito ad essere consumatori consapevoli: non per fare la moralista, ma spesso mi chiedo quanto poco sia pagata la manodopera per produrre capi che costano cifre ridicole. Confesso che questo è il mio tarlo maggiore quando si parla di low cost.

    • eh si, lì si apre un calderone di incognite.
      bah.
      a volte metto la polvere sotto al tappeto pensando che essendo tutto molto industriale e in serie, i prezzi bassi sono giustificati dall’utilizzo delle macchine. ma sì, forse dovremmo farci qualche domanda in più.

  12. Sul fatto dell’omologazione nei capi low cost avrei qualcosina da dire… uno stesso maglioncino preso da h&m con una gonna a ruota e un paio di ballerine si adatta a uno stile anni 50 come con una camicetta sotto e un paio di slippers fa molto preppy, dipende anche con cosa una persona lo abbina:) personalmente mi piace molto sperimentare e mi capita spesso di comprare nei low cost o negli outlet, ho capi presi da h&m che dopo 7 anni non sono cambiati di una virgola e ho reinventato più volte… 🙂 comunque io nei camerini ho trovato invece il problema opposto, su cui spesso fanno affidamento…lo specchio che fa sembrare di due taglie di meno, così con l’illusione di aver perso qualche chilo una tutta contenta va verso le casse per poi scoprire, a casa, che quel capo non fa sembrare più magre, anzi… 🙂

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