Io non sono il mio peso

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Io non sono il mio peso. Penso che sia una frase bellissima, che rappresenta molto bene una bella campagna, in atto già da tempo, a sostegno di chi si occupa di disturbi alimentari.


Io non sono il mio peso. Tu ti senti rappresentata da un numero su una bilancia? Io no.
Nemmeno i numeri sulla carta d’identità possono rappresentarmi. In questi numeri non possono essere compresi tutti i lati del mio carattere. I numeri salienti sono altri? Quanti figli ho, quanti anni di esperienza nel mio lavoro, quanti clienti seguo? Quante ore lavoro in un giorno, quante (poche) dormo?
Quante ore passo con le bambine, quante di queste sono attivamente, veramente lì con loro?
No. I numeri non ti possono rappresentare. Non facciamo altro che dire che il tempo passato coi figli deve essere misurato in qualità, non in quantità. Giusto?
Quindi perché  ci imbarazza così tanto dire quanto pesiamo? È solo un numero. Non ci rappresenta. Eppure è un tabù.

I problemi alimentari non si esauriscono in un mero problema con la bilancia. Quello è solo un aspetto. Hanno molto più a che fare con la percezione alterata del sé, con la ricerca del proprio posto – spazio – nel mondo, della propria posizione in relazione agli altri. Molto spesso hanno a che fare con traumi e abusi.

Ma le guerre si combattono una battaglia alla volta, e quando mi sono imbattuta in questo video ho riflettuto molto. Guardatelo. Con attenzione. Al di là delle dichiarazioni di entusiastica accettazione delle giovani donne che si sono prestate a queste interviste.

“Io non sono il mio peso” è una campagna promossa da The Opsobjects onlus, realtà no profit voluta dalla omonima azienda di accessori per finanziare progetti di responsabilità sociale, affiancata ad ABA, l’Associazione per lo studio, la ricerca e la cura di anoressia, bulimia, obesità e disturbi alimentari, creata da Fabiola Le Clerq.
Voi lo sapete che i disturbi alimentari riguardano più del 10% della popolazione (7% obesità, 5% anoressia-bulimia, dati che sono solo la punta di un iceberg  molto sommerso)? In Italia più di 3 milioni di persone soffrono di DCA (disturbi del comportamento alimentare),di queste l’85% è femmina: adulte, adolescenti e bambine (fonte).

“Il bisogno di essere accettati, apprezzati, amati si traduce nel bisogno di adeguare il proprio corpo all’ideale della magrezza, accolto senza alcuna riflessione critica. L’incapacità di accettare il proprio corpo e un’adeguata concezione di sé trovano nell’anoressia la manifestazione più enfatizzata e insieme l’estremo tentativo di una soluzione accettabile: se riesco a dimagrire di un altro chilo riuscirò finalmente ad accettare il mio corpo, se riesco a non mangiare riuscirò a dimostrare a me stessa e agli altri di essere capace di raggiungere un obbiettivo, capace di controllarmi, capace di mantenere una posizione.” Fabiola De Clercq, Fame d’Amore, BUR, citato qui.

Cosa vedete in questo video? Lo vedete l’imbarazzo, le giustificazioni, i rimbalzi di colpa?

Che emozioni vi provoca quell’innocuo (?) numerino sulla bilancia?

p.s. Se volete contribuire anche voi alla causa c’è anche un braccialetto, in vendita a 44 euro. Una percentuale della vendita viene devoluta al sostegno del numero verde Aba (800 16 56 16) e a progetti di sensibilizzazione nelle scuole.

Commenti

  1. Ad essere sincera non mi piace molto.
    Primo perchè mi sembra che abbiano tagliato una delle ragazze che si vede all’inizio, casualmente la più morbida, secondo perchè vedo davvero poca serenità.
    E’ vero, la maggior parte delle donne si sente così davanti alla bilancia ma non sono sicura che video del genere – o come quelli che propone la Dove – possano essere utili a far capire la differenza tra ciò che si è davvero e come si manifesta fisicamente il proprio essere.

    Non lo so, ci devo pensare, è un tema che mi tocca molto.
    Grazie per aver mostrato il video.

  2. Secondo me lo scopo era proprio quello infatti. Ho scelto di parlarne qui (non è un post sponsorizzato, è proprio un’iniziativa mia) perché quando l’ho visto ho avuto la stessa sensazione di vago fastidio che mi par di capire hai provato anche tu.
    Questo mi fa riflettere. E secondo me è anche voluto. Non credo che l’idea alla base sia “comunicare la serenità dell’accettazione di sé”, penso proprio che sia stanare il disagio dietro anche l’apparente serenità. Ciò la dice lunga su quanto lavoro c’è da fare ancora, su di sé e sull’immaginario collettivo.
    Penso che lo scopo sia proprio riflettere. E lo stiamo facendo. 🙂

  3. siamo quasi tutte a disagio con noi stesse, per i motivi più disparati, spesso esterni a noi e che ci scavano profondi tunnel all’interno, tanto che nemmeno ci rendiamo più conto di averli.
    la Siro mi conosce e mi ha vista e mi fa sempre dei gran complimenti.
    io so che di me stessa non mi dovrei lamentare e anzi, dovrei avere la decenza di stare zitta e sorridere e ringraziare il cielo.
    eppure…eppure….io sono in perenne lotta con me stessa, con il mio corpo, che non mi piace, che arrivo addirittura a vedere “enorme”, pieno di difetti.
    eppure (non voglio sembrare presuntuosa) so che c’è gente che se domani si svegliasse come sono io oggi andrebbe a piedi al primo santuario.
    me è inutile, è il cervello che comanda. e se quello va in corto circuito, non c’è logica numerica che tenga.
    no, io non sono il mio peso, nel bene e nel male.
    o forse lo sono, perchè il mio peso dice qualcosa di me.
    dice anche come io mi vedo. e l’immagine che ho io di me stessa finisce per essere quelal che trasmetto agli altri.

    in genere non amo nemmeno io le pubblicità sulle “donne vere”, per quanto lodevoli. quella della Dove ha un messaggio positivo perchè presenta donne anche formose. ma sono tutte fighe, bei visi, bei lineamenti.
    ma mica siamo tutte così….ci sono anche quelle di noi che soo brutte, magre o grasse. e allora?
    comunque meglio questi messaggi piuttosto che quelli dove le donne puliscono, fanno al spesa, cucinano e accudiscono i bambini e vanno al lavoro belle come modelle in passerella e sorridenti anche “in quei giorni” (quando la donna media ha occhiaie da panda, gambe che pesano un quintale l’una, dolori che fermerebbero un esercito di uomini nerboruti)
    ecco, cominciamo a combattere anche questa visione delle donne angeli del focolare, ma al tempo stesso dee del sesso e professioniste in carriera tutto insieme. cominciamo a dire che uomini e donne oggi devono tutti e due fare la spesa, le pulizie e occuparsi dei bambini.
    inculchiamo alle giovani generazioni (ma pure alle vecchie) un altro modello di famiglia, nel quale mamma e papà colalborano e se mamma guida la macchina sportiva e papà pulisce i pavimenti è normale.
    impariamo che non si può far tutto e che fare delle scelte e quindi rinunciare a qualcosa non è una cosa negativa da sfigato, anzi. è segno di personalità forte e di maturità.
    magari noi smetteremo di sentirci sempre fisicamente inadeguate a qualunque cosa. e a vederci per quello che siamo…
    🙂

    • Tu sei bellissima e hai un’eleganza che trascende anche il fatto che sei bella. Saresti bella e affascinante anche se non fossi bella. Perché la bellezza è fatta di tante cose: di armonia ed eleganza, per esempio.
      Rossy de Palma non è forse bella? Paloma Picasso? Barbra Streisand?
      Comunque al di là di tutto io ti amo. Anche solo per questi bei post che scrivi in risposta. 😀

      Ciao a tutti, io mi chiamo Silvia e sono bellissima. Guido una macchina familiare come se fosse una panda e il mio compagno fa il pane in casa e lava i pavimenti e le finestre (e io no. mai).

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